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Riciclo dei vestiti usati, un'indagine shock rivela le pratiche "per nulla sostenibili" dei grandi marchi della moda

Il 75 per cento degli indumenti di marchi come H&M, Zara, C&A, Primark, Nike, The North Face, Uniqlo e M&S finiscono in discariche o esportati in Africa

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Foto Shutterstock
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Una recente indagine condotta da Changing Markets Foundation (documento in Pdf), sulle pratiche di riciclo condotte dai grandi marchi della moda, svela una amara verità, che può esser banalmente etichettata come una trovata di greenwashing. I volontari ambientalisti, infatti, hanno pizzicato e messo spalle al muro colossi del calibro di H&M, Zara, C&A, Primark, Nike, The North Face, Uniqlo e M&S. Anziché promuovere e sostenere i programmi per il riutilizzo dei vestiti usati, se ne liberano....

Stando alle informazioni raccolte dagli attivisti il 75 per cento dei capi consegnati loro dai consumatori, per essere riutilizzati o riciclati, finiscono per esser distrutti, abbandonati nei magazzini o esportati in Africa. Per seguire il tragitto dell’abbigliamento la Changing Markets ha utilizzato l’AirTag di Apple. E’ stato così possibile seguire il viaggio di cappotti, pantaloni, giacche e altri abiti usati ma in “perfette condizioni”. La pratica, scorretta e per nulla amica dell’ambiente, è comune in tutti i Paesi europei. L’Ong olandese ha infatti donato i capi esca in Belgio, Francia, Germania e persino nel Regno Unito, scoprendo così una verità che, pur senza prove, tanti sospettavano.

Gli slogan dei noti brand servivano dunque per attrarre quella porzione di clientela che, diversamente, non avrebbe acquistato abbigliamento da aziende “non amiche dell’ambiente”. “Un paio di pantaloni donati a M&S - riferiscono gli attivisti - sono stati rottamati nel giro di una settimana. Un paio di pantaloni da jogging donati a C&A sono stati bruciati in un cementificio. Una gonna donata a H&M ha percorso 24.800 chilometri da Londra in Mali, dove sembra sia stata poi gettata. Tre articoli sono finiti in Ucraina, dove le regole di importazione sono state allentate a causa della guerra. Solo 5 articoli sono stati riutilizzati in Europa o sono finiti in un negozio di rivendita”.

L’unica giustificazione dietro alla quale possono barricarsi i grandi marchi è quella di non gestire loro stessi i capi ritirati e destinati al riciclo. Tutti i brand finiti nella rete della Changing Markets Foundation si affidano a società specializzate, ma poi non verificano effettivamente cosa venga fatto di quegli indumenti.

A breve l’Unione europea imporrà delle regole che serviranno a limitare la cosiddetta fast fashion. Nello specifico il produttore dei capi sarà considerato sempre responsabile, e dovrà pagare una tassa sul fine vita dei vestiti rimasti invenduti o riconsegnati come usato da riciclare. La bozza del testo legale non convince però gli attivisti della Changing Markets Foundation: il problema potrà esser risolto soltanto con obblighi che stabiliscano esattamente come riutilizzare e riciclare i capi non venduti o usati.

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