PFAS negli alimenti, le mappe e le tabelle dell’inquinamento che interessa una regione italiana

Per più di quattro anni la popolazione che vive nelle aree del Veneto contaminate da Pfas ha chiesto di conoscere gli esiti dei monitoraggi eseguiti dalle autorità. Finalmente Mamme NO PFAS e Greenpeace sono riusciti ad avere accesso ai dati georeferenziati e mai diffusi in forma integrale

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di GreenMe

Per più di quattro anni la popolazione che vive nelle aree del Veneto contaminate da Pfas ha chiesto di conoscere gli esiti dei monitoraggi eseguiti dalle autorità. Finalmente Mamme NO PFAS e Greenpeace sono riusciti ad avere accesso ai dati georeferenziati e mai diffusi in forma integrale. Una lunga battaglia legale conclusa al Tar e finalmente le Mamme NO PFAS e Greenpeace riescono a pubblicare tutti i rapporti di prova ottenuti dalla Regione Veneto e relativi ai monitoraggi effettuati sulla presenza di sostanze perfluoroalchiliche (i ben noti PFAS) negli alimenti di origine vegetale e animale coltivati in zona rossa, l’area del Veneto più contaminata da queste sostanze chimiche pericolose.

Si tratta di dati analitici completi e relativi alla georeferenziazione delle matrici analizzate riguardanti il “Piano di campionamento degli alimenti per la ricerca di sostanze Perfluoroalchiliche” eseguito dalla Regione Veneto nel 2016-17 nei Comuni dell’area rossa, quella classificata come la più contaminata da PFAS (sostanze perfluoroalchiliche), nelle province di Vicenza, Padova e Verona.

È paradossale che ancora una volta siano Greenpeace e le Mamme NO PFAS a condurre un’operazione di trasparenza e accessibilità alle informazioni mentre la Regione continua a trincerarsi dietro un silenzio assordante – si legge in una nota. Le popolazioni che da decenni convivono con livelli allarmanti di sostanze chimiche – non solo nell’ambiente in cui vivono ma anche nel loro corpo – hanno il diritto di sapere a cosa vanno incontro mangiando gli alimenti provenienti dalla zona rossa. 

Greenpeace e le Mamme NO PFAS erano venuti in possesso dei risultati del monitoraggio sugli alimenti coltivati in zona rossa, effettuato dalla Regione Veneto nel 2016 e nel 2017, solo nei mesi scorsi dopo una lunga battaglia legale e un ricorso al TAR per ottenere l’intero set di dati.

Dall’analisi di questi dati sono emersi numerosi aspetti poco chiari legati anche all’assenza di alcuni alimenti tra le matrici analizzate (per esempio meloni, angurie, mele e altri vegetali a foglia larga) e alla poca chiarezza sui criteri geografici che hanno guidato la scelta dei campioni da analizzare. Inoltre, dai dati ricevuti non è possibile individuare eventuali legami con filiere agricole e zootecniche che vendono i propri prodotti sul mercato nazionale e straniero.

A ciò si aggiunge la consegna parziale dei risultati da parte della Regione Veneto: a fronte di 1248 alimenti analizzati, sono stati forniti solo gli esiti delle indagini effettuate su 908 campioni, con solo pochi dati riferiti al pescato. Per ottenere le informazioni mancanti le Mamme NO PFAS e Greenpeace invieranno nei prossimi giorni alla Regione Veneto una nuova istanza di accesso agli atti.

Non solo PFOA e PFOS tra gli inquinanti

Come emerge dall’elaborazione delle Mamme NO PFAS e di Greenpeace, nei campioni analizzati sono state rinvenute altre molecole oltre a PFOA e PFOS (le uniche due molecole oggetto dell’indagine resa pubblica dall’Istituto Superiore di Sanità nel 2019), sia a catena lunga che a catena corta. Sono ormai sempre più numerosi gli studi che dimostrano la pericolosità anche dei PFAS di più recente utilizzo, quelli a catena corta. Il più recente parere EFSA 2020 fissa l’assunzione settimanale tollerabile (TWI, Tolerable weekly intake) attraverso la dieta a 4,4 ng/kg di peso corporeo per quattro molecole (PFOA, PFOS, PFNA, PFHxS). Tale valutazione riduce di più di quattro volte il limite precedentemente fissato dalla stessa autorità europea nel 2018 per soli due composti (somma PFOA e PFOS 19 ng/Kg di peso corporeo).

Nonostante la forte revisione al ribasso dei parametri di sicurezza sia avvenuta da più di un anno non è comprensibile, e tantomeno accettabile, che non sia seguita alcuna nuova valutazione né tantomeno un’azione concreta di tutela della popolazione e delle filiere agroalimentari e zootecniche da parte della Regione Veneto.

A cura di Germana Carillo - GreenMe.it