La rivincita della natura ma solo in apparenza: il cemento non si ferma

Il problema è che quel 60 per cento che non è tornato bosco sta diventando direttamente consumo di suolo. E' una Italia spaccata in due

La rivincita della natura ma solo in apparenza: il cemento non si ferma
(Foto Ansa)
di Maurizio Ricci

Cinghiali in spiaggia, cervi in paese, caprioli nella laguna. Le cronache raccontano di un'Italia che sembra diventata un parco a tema. Intorno, il 40 per cento della superficie d'Italia che torna bosco: l'area coperta da alberi è aumentata dell'85 per cento negli ultimi anni e il resto d'Europa si muove di conserva. Insomma, sembrerebbe una storia di successo: la rivincita della Natura. 

E invece no. Il problema è che quel 60 per cento che non è tornato bosco sta diventando direttamente cemento. E' una Italia spaccata in due, in cui colli e poggi vengono abbandonati e la popolazione si concentra nelle zone pianeggianti, però lastricandole, visto che l'agricoltura meccanizzata ha bisogno di sempre meno terra. Ogni anno, 60 chilometri quadrati, una superficie pari a metà del comune di Napoli, finiscono sotto il cemento.

Ecco perché quegli alberi in più ingannano: hanno preso il posto di campi e terrazzamenti, ma il totale della superficie verde diminuisce rapidamente. In media, ogni giorno 16 ettari di territorio vengono sepolti sotto asfalto, cemento, capannoni, posteggi, tettoie, case e strade. E il polmone verde che si restringe ha un impatto devastante sul clima: una terra che non respira ha meno possibilità di reagire al riscaldamento globale. Si inaridisce: il 40 per cento del Mezzogiorno, dicono i climatologi, oggi è a rischio desertificazione. Lo stesso vale per la Spagna, la Grecia e gli altri paesi che si affacciano sul Mediterraneo. 

Alluvioni e iperaridità: ecco il dramma

Alluvioni e siccità sono, infatti, le due facce che si alternano dello stesso rivolgimento climatico, ma non nelle stesse regioni. E, se il Nord del mondo rischia ondate ricorrenti di piogge torrenziali, l'emergenza è al Sud, dove la progressiva mancanza di acqua ha effetti letali. Un terzo della superficie della Terra è oggi a gradi crescenti di aridità, sempre più spesso definita dagli scienziati “iperaridità”. Ma, avvertono gli stessi scienziati, anche se spesso questi territori a rischio sono ai margini di zone già aride, come il Sahara o il Gobi, non è tecnicamente il deserto che avanza a portare avanti il processo di inaridimento. E' piuttosto il progressivo degrado dei suoli: è la terra che si offre al deserto.

La desertificazione è il più vistoso esempio di questo degrado, ma non è l'unico. L'Onu calcola che il degrado in corso degli ecosistemi del pianeta – la desertificazione, la cementificazione, la sparizione di un numero sempre più ampio di specie animali e vegetali - colpisca direttamente il 40 per cento della popolazione mondiale. Ma il problema ci riguarda tutti, perché l'emergenza clima è solo un aspetto dello squilibrio crescente fra l'uomo e il pianeta che lo ospita. La Terra si rinnova ogni anno, ma noi la sfruttiamo molto più in fretta. Ogni anno, consumiamo 1,6 volte quello che la Natura è in grado di rimettere in circolo nello stesso periodo di tempo: non occorre essere dei matematici per capire che stiamo pesantemente intaccando il nostro patrimonio.

L'Onu sostiene che è scoccata l'ora per una gigantesca operazione globale di ripristino della natura, che faccia impallidire megaprogetti continentali come il Great Green Wall che dovrebbe fermare, con una cintura di alberi, il Sahara o l'analogo progetto con cui la Cina vuole contenere il deserto di Gobi. L'obiettivo è riportare allo stato naturale, entro il 2030, un miliardo di ettari di territorio. Uno sforzo gigantesco che, calcola lo stesso rapporto Onu, comporta l'impegno di 200 miliardi di dollari l'anno. Una cifra che sembra spropositata, solo se non si tiene conto che metà dell'economia mondiale è legata direttamente alla risorse naturali.

E, dunque, questa sorta di supermegapiano infrastrutturale ha un ritorno economico di pari dimensioni. Per ogni dollaro speso nel fermare il degrado del pianeta, l'Onu si aspetta benefici per 30 dollari. Come? Provate a pensare al ruolo degli insetti nell'impollinazione delle piante, ai vantaggi di una atrmosfera più pulita e meno inquinata, al freno che una Natura rinnovata può imporre all'effetto serra. Meno uragani, meno ondate di calore, meno alluvioni. Per frenare la catastrofe climatica dovremo ricorrere all'auto elettrica e all'energia solare. Ma un terzo di quello che occorre fare entro il 2030 per frenare il riscaldamento globale è frutto diretto di un grande piano di ripristino della Natura.