L'acqua non può rientrare dopo che è traboccata dal vaso. Rischio catastrofe in Amazzonia e Antartide

Cosa succede se il grande polmone verde del mondo smette di riprodursi e di rigenerarsi? E se l'enorme tundra al Nord del mondo, dal Canada alla Siberia, comincia a sciogliersi? Potrebbero esserci conseguenze indicibili

Foresta amazzonica (Ansa)
Foresta amazzonica (Ansa)
di Maurizio Ricci

E se il grande polmone verde dell'Amazzonia smette di riprodursi e di rigenerarsi e si restringe sempre più in fretta, sconvolgendo il sistema mondiale dei venti e delle piogge, che facciamo: c'è modo di tornare indietro e far ripartire la foresta? Oppure, se l'enorme tundra al Nord del mondo, dal Canada alla Siberia, comincia a sciogliersi , rilasciando l'enorme quantità di metano contenuta nel suo ventre, c'è modo di fermare il processo, bloccando il metano nelle sue viscere? La risposta è No in tutti e due i casi e questi due punti di rottura indicano che il riscaldamento globale non è un processo lento e graduale, ma procede per salti e scarti improvvisi. Questi salti, questi scarti sono da allarme rosso, non solo perché ognuno di essi accelera il cambiamento del clima verso la catastrofe, ma perché, anche se i loro effetti si manifesteranno appieno nel corso di decenni, in qualche caso secoli, sono irreversibili. Rappresentano, cioè. soglie, superate le quali non si torna indietro. Una volta che la goccia ha fatto traboccare il vaso, non si può rimettere dentro l'acqua. E il momento in cui il vaso trabocca è, in più di un caso, pericolosamente vicino. Basta che il mondo si riscaldi – rispetto all'era preindustriale – anche solo di 1,5-2 gradi. Siamo già a 1,1 gradi.

Gli scienziati li chiamano “tipping points”, punti di svolta e l'ultimo rapporto Onu sul clima arriva a citarli oltre 100 volte. Sono mutamenti in assoluto piccoli, ma, sommati a quelli precedenti, determinano un brusco, improvviso, irreversibile mutamento di tutto il sistema. Pensate ad un alambicco chimico, in cui versate microgrammo dopo microgrammo di una sostanza. Non succede niente, poi, d'improvviso, l'ultimo microgrammo supera una soglia di concentrazione e, nell'alambicco, tutto cambia di colpo: il composto, appunto, precipita.

Metro dopo metro, è quello che sta accadendo nella tundra che, all'estremo Nord, ricopre circa un quarto dell'emisfero settentrionale, libero dai ghiacci. Per migliaia e migliaia di chilometri quadrati, il terreno, gelato, a volte, fino ad un chilometro di profondità, contiene i resti di antiche foreste e, soprattutto, uno sconfinato esercito di batteri ibernati. Quando l'aumento della temperatura scongelerà i batteri, questi si rimetteranno al lavoro sul carbonio dei residuati organici e, come capita sempre quando i batteri decompongono il materiale organico si sprigionerà metano. Una quantità enorme di metano, un gas che contribuisce all'effetto serra fino a 30 volte di più dell'anidride carbonica. La soglia dello scongelamento è ad un passo. Secondo una ricerca recente, anche un riscaldamento moderato dell'atmosfera – intorno ai due gradi oltre il livello preindustriale – è sufficiente per liberare metano e Co2 dal 75 per cento della tundra entro il 2060. Quanto metano, allora? L'equivalente (in termini di inquinamento) di 100-200 gigatonnellate di Co2. Una stima che ci permette di fare un conto. Gli scienziati calcolano che, per avere almeno il 50 per cento di probabilità di tenere la temperatura globale entro un riscaldamento di 1,5 gradi (l'obiettivo dello storico 'accordo di Parigi) ci possiamo permettere di sputare nell'atmosfera soltanto altre 500 gigatonnellate di anidride carbonica. Il permafrost, da solo, copre fra il 20 e il 40 per cento di questo esiguo tesoretto.

Un altro colpo da 100 gigatonnellate può venire da un altro tipping point: l'Amazzonia. La foresta pluviale del Rio delle Amazzoni copre un area pari a due volte l'India ed è il grande arbitro del clima mondiale. Accanto al cambiamento climatico, l'estensione della foresta viene costantemente intaccata dall'assalto dell'uomo, in cerca di spazio per pascoli e colture: il ritmo di deforestazione, drasticamente sceso ai tempi di Lula, è tornato a livelli record nell'era di Bolsonaro. Ed è qui che entra in scena di prepotenza il tipping point. La foresta pluviale , infatti, in larga misura, si autoalimenta. E' la sua stessa umidità che, evaporando nell'aria, va a ricreare le nuvole che si trasformeranno in nuova pioggia. Si calcola che la foresta amazzonica si generi da sola metà delle piogge che ne consentono l'esistenza. Ma che succede se l'estensione della foresta si riduce? Meno alberi, meno piogge, ancora meno alberi. Gli scienziati valutano che una riduzione del 40 per cento dell'estensione della foresta comporti la trasformazione in savana del 60-70 per cento del bacino amazzonico, restringendo la foresta all'area più vicina alle Ande e devastando il ciclo delle piogge a livello mondiale. Quel 40 per cento è, però, il limite massimo dell'ottimismo. Secondo altri scienziati, il processo di autoinaridimento dell'Amazzonia inizia con una riduzione anche solo del 20 per cento della superficie forestale. Siamo ad un passo: dal 1990 ad oggi la foresta amazzonica si è ridotta del 17 per cento.

Altri punti di svolta individuati dagli scienziati sono anche più catastrofici, ma un poco più remoti. Lo scioglimento dei ghiacciai dell'Antartide (e conseguente scomparsa sotto l'acqua di buona parte delle coste attuali dei continenti) è in corso sia ad Ovest che a Est, ma il punto di irreversibilità non sembra vicino. Più pericolante la sorte dei ghiacciai della Groenlandia, in bilico anche con un riscaldamento di solo un grado e mezzo, che sembra ineludibile, a ridosso di un Artico che si sta riscaldando ad un ritmo due volte più veloce del resto del pianeta. E i ghiacci della Groenlandia chiamano in causa un altro tipping point, questo già materia di incursioni cinematografiche: la scomparsa della Corrente del Golfo.

In realtà, nel film “The Day After”, l'arresto della Corrente avveniva dalla sera alla mattina, mentre il processo e le sue conseguenze climatiche impiegherebbero decenni ad affermarsi. Ma l'effetto sul cuore della civiltà attuale a cavallo dell'Atlantico sarebbe ugualmente devastante, precipitando nel gelo gli inverni della costa Est americana e dell'Europa occidentale. Ed è proprio lo scioglimento dei ghiacci della Groenlandia l'elemento scatenante.

La Corrente del Golfo è, sostanzialmente, una gigantesca cinghia di trasmissione. L'acqua salata e calda (quindi leggera) del Golfo del Messico viaggia verso Nord fino a quando l'incontro con l'acqua fredda del Nord Atlantico non la raffredda, aumentandone la densità. L'acqua più densa, appesantita dal sale, raggiunge un livello di concentrazione per cui precipita verso il fondo del mare, lungo il quale torna a Sud, alimentando il movimento della cinghia. Ma l'acqua dolce dei ghiacci della Groenlandia scioglie prematuramente il sale e l'acqua della Corrente, troppo leggera, non raggiunge il tipping point di concentrazione che la spingerebbe verso il fondo. Di fatto, la velocità della Corrente del Golfo si è già ridotta del 15 per cento rispetto alla metà del secolo scorso. Per prudenza, meglio ridare un'occhiata a “The Day After”.