I piani verdi dei governi non bastano, ecco cosa bisogna fare per ridurre il riscaldamento globale e salvare la Terra

I vari “piani verdi” avviati e annunciati finora in molti paesi non sono sufficienti ad evitare la catastrofe di un riscaldamento della Terra, in media superiore ad un grado e mezzo

di Maurizio Ricci

E’ una corsa in salita e la stiamo perdendo. L’Agenzia internazionale per l’energia (Iea) – l’organismo che, per conto dell’Ocse, l’organizzazione che raccoglie i paesi industrializzati, segue specificamente il tema dell’energia e del cambiamento climatico – ha passato al setaccio progetti, impegni, programmi annunciati in questi anni dai governi di tutto il mondo per fermare il riscaldamento globale ed è giunta ad una conclusione amara: non bastano. I vari “piani verdi” avviati e annunciati finora in molti paesi non sono sufficienti ad evitare la catastrofe di un riscaldamento della Terra, in media superiore ad un grado e mezzo. Era l’obiettivo a cui puntavano i governi di molte isole, che rischiano di essere sommerse, nei prossimi anni, dall’innalzamento dei mari. Ma quei piani, dice l’Iea, non bastano neanche per raggiungere l’obiettivo meno ambizioso di un contenimento dell’ascesa delle temperature a due gradi per fine secolo: è la soglia, secondo gli scienziati, oltre la quale siccità, alluvioni, uragani stravolgerebbero il mondo che conosciamo. Per noi, il mare che sommerge Venezia e la Sicilia ridotta ad un deserto.

La salita, per giunta, si fa sempre più ripida. E’ una spirale perversa: gli impegni dei governi sono timidi e, contemporaneamente, devono superare un ostacolo che, anno dopo anno, diventa più alto. Il 2018 ha avuto un salto nella domanda di energia, cresciuta del 2,8 per cento, più della media degli anni precedenti. Ma, per un buon 20 per cento, questo aumento è dovuto all’uso più intenso dei condizionatori per affrontare le ondate di caldo e dei caloriferi per tenere a bada quelle di freddo, in un clima che vira sempre più spesso verso gli estremi. In altre parole, difenderci da un cambiamento climatico sempre più vistoso rende sempre più difficile fermarlo.

La Iea è in una posizione privilegiata per valutare le politiche contro il cambiamento climatico, perché monitora specificamente l’energia che è responsabile dei due terzi dei gas serra che finiscono nell’atmosfera e, praticamente, di tutta l’anidride carbonica. Fondamentalmente, infatti, sono i combustibili fossili (petrolio, carbone, gas) che, bruciando, intrappolano il calore nell’atmosfera. Lo conferma anche una analisi grossolana dei dati: fra il 2000 e il 2018, la domanda di energia nel mondo è cresciuta  del 42 per cento e le emissioni di anidride carbonica, nello stesso periodo, del 44 per cento. Nel suo World Energy Outlook, uscito ieri, la Iea calcola che, a politiche invariate, la quantità di anidride carbonica riversata nell’atmosfera dall’utilizzo dell’energia arriverà, fra soli venti anni, a 41,3 miliardi di tonnellate. Ma, se i governi attueranno davvero i programmi che hanno finora promesso, la situazione non cambierà abbastanza: i miliardi di tonnellate saranno comunque 35,6. Troppi. Del resto, la situazione, fa capire la Iea, è in parte già sfuggita di mano: anche attuando programmi di contenimento dell’uso dell’energia drastici, la quantità di CO2 sversata nell’atmosfera difficilmente scenderebbe – a meno di 15,8 miliardi di tonnellate. Una riduzione insufficiente a sventare un riscaldamento, al 2100, superiore a 1,5 gradi e che non basta a dare certezza sull’obiettivo minimo dei 2 gradi.

Eppure, negli ultimi dieci anni, lo scenario del mondo dell’energia è mutato drasticamente e ancora muterà in futuro. Da qui al 2040, le fonti rinnovabili saranno la fonte di energia cresciuta di più. Si userà meno carbone di oggi e più gas. La domanda di petrolio salirà sempre più lentamente, fino quasi a fermarsi nel giro di dieci anni: nel 2040, la Iea stima un consumo di petrolio di 106 milioni di barili al giorno, solo sette più di oggi. In effetti, secondo i calcoli dell’Agenzia, la domanda di energia, nei prossimi venti anni, dovrebbe crescere dell’1 per cento l’anno: metà dell’aumento, cioè lo 0,5 per cento, sarà assicurato dal solare e un altro terzo, ovvero uno 0,33 per cento, dal combustibile fossile meno inquinante, il gas. Insomma, l’83 per cento dell’energia in più che consumeremo ogni anno verrà fornita da fonti (relativamente, nel caso del gas) pulite. Anche l’onnipresente benzina comincerà a svanire dai nostri serbatoi, già entro dieci anni, grazie alla diffusione delle auto elettriche.

E allora? Perché tutto questo non basta e la Iea vede nero? Perché il fatto che l’energia in più che useremo in futuro abbia una composizione più verde, non cambia il fatto che il grosso dell’energia che già usiamo verde non sia affatto. E la Iea non prevede su questo capitolo cruciale mutamenti epocali. Nel 2040, i tre quarti dell’energia mondiale continueranno ad essere assicurati dai combustibili fossili, a meno di mutamenti rivoluzionari. Useremo meno benzina, ma quel petrolio che non va nei serbatoi delle auto verrà usato nella petrolchimica. Ovvero, per fare plastica. Il carbone, bestia nera dei climatologi, continuerà a svolgere un ruolo importante per motivi puramente economici: il 60 per cento delle centrali a carbone, nel mondo, è stato costruito negli ultimi venti anni e chi ha investito in quelle centrali ha ragionato su una vita media dell’impianto di 50 anni.

Il punto centrale è che, se tre quarti dell’energia vengono assicurati dai combustibili fossili, la deriva della domanda di energia determinata dalla crescita economica e dall’aumento della popolazione comporta, inevitabilmente, un posto privilegiato per quei combustibili fossili: petrolio, carbone, gas. Il problema non è il miliardo di persone ancora senza elettricità nel mondo: è più facile che gli arrivi con un pannello solare, piuttosto che con un generatore diesel. Il salto di qualità deve avvenire dove l’energia è già disponibile. Cominciando con l’individuare le leve su cui agire per fermare il riscaldamento globale. Per esempio, la Iea indica un nemico nuovo: non il serbatoio dell’auto. La bottiglia di plastica.