Sfruttamento infinito, il pianeta dovrà difendersi anche dal deep sea mining

La pratica è ancora agli albori, ma gli esperti si dicono preoccupati per le inevitabili conseguenze per l’ambiente. Il processo prevede l’estrazione dei metalli dal fondale attraverso una procedura di raschiamento e aspirazione

Foto YouTube/Nautilus Minerals
Foto YouTube/Nautilus Minerals
di R.Z.

La Natura è di nuovo sotto attacco. L’ultima trovata delle grandi compagnie minerarie si chiama deep sea mining e rischia di stravolgere gli equilibri marini già pesantemente compromessi. L’estrazione dei minerali dalle profondità oceaniche, benché ancora poco diffusa, sembra aver catturato l’attenzione delle multinazionali, decise più che mai a trovare nuove opportunità di profitto così da garantire ai propri investitori grossi margini di guadagno. Rame e zinco, certamente molto richiesti, ma anche litio e terre rare. Uno dei primi Paesi a dare il via libera al nuovo assalto al forziere di Madre Natura sarà la Norvegia, che punta a sfruttare tutte le sue riserve per alimentare la “supply chain” delle batterie per i veicoli elettrici, delle turbine eoliche e dei pannelli solari. Stando a quanto ribadito dallo stesso ministro del Petrolio e dell’Energia del paese scandinavo in un’intervista concessa all’agenzia Reuters, la Norvegia autorizzerà l’estrazione di metalli dal fondo marino in acque profonde a partire dal 2024.

Per estrarre i preziosi minerali le compagnie adotteranno una procedura estremamente invasiva e distruttiva, rastrellando i profondi fondali (anche oltre i 4/5 mila metri) per poi aspirare i materiali smossi attraverso delle tubature che porteranno tutto sulle navi in superficie. Il fondo degli oceani, infatti, racchiude dei giacimenti “a mare aperto”. I minerali si trovano tuttavia sotto forme che gli esperti definiscono “non convenzionali”:

-        Noduli polimetallici - Si tratta di ammassi globulari che si trovano in veri e propri campi compresi tra i 4 e i 6 mila metri di profondità;

-        Solfuri polimetallici - Tra i 2 e i 4 mila metri è possibile invece trovare grumi di oro, zinco, piombo, rame e terre rare. Questi, solitamente, sono distribuiti accanto alle crepe del sottosuolo;

-        Croste di cobalto - Sono disposte in strati spessi fino a 25 centimetri e coprono i fianchi delle montagne sottomarine.

Foto di The Pew Charitable Trusts

I danni cagionabili alla Natura sono pressoché incalcolabili, e infatti sono poche le nazioni che ad oggi guardano con interesse a questo business.

Sulle attività di estrazione dovrebbe vigilare un’autorità internazionale, nello specifico l’International seabed authority (ISA), un ente intergovernativo costola delle Nazioni Unite nato nel 1994 sulla scorta della Convenzione sui diritti del mare (UNCLOS) del 1982, ma questo opera basandosi esclusivamente sui dati forniti dalle compagnie interessate allo sfruttamento di giacimenti. A detta delle associazioni ambientalistiche nessun altro ha accesso ai dati di estrazione, ma è certo che la pratica creerebbe inquinamento acustico, luminoso. Inoltre le vibrazioni e l’innalzamento di nubi di sedimenti, causate dalle operazioni di raschiamento dei fondali, metterebbe a repentaglio la tenuta degli ecosistemi, danneggiando irrimediabilmente la fauna marina.

Ma gli interessi sono troppo grandi, e la salvaguardia dell’ambiente sarebbe già passato in secondo piano.

La Norvegia, dopo 3 anni di analisi, stima di poter recuperare fino a 21,7 milioni di tonnellate di rame (ben oltre la produzione mondiale del 2019) e 22,7 milioni di tonnellate di zinco. Ingenti, ma non meglio quantificati, i depositi di cobalto, oro, argento, litio e scandio. Per scongiurare la levata di scudi da parte delle associazioni ambientaliste, come anche il malumore del popolo, il governo ha fatto sapere di aver avviato uno studio sul possibile impatto ambientale. Parallelamente saranno tuttavia decisi i lotti da assegnare entro il 2024 alle compagnie minerarie.