Il pericoloso destino delle orchidee alpine in un mondo che cambia

Le orchidee sono in declino per colpa del riscaldamento globale e dei cambiamenti nell'uso del suolo

Il pericoloso destino delle orchidee alpine in un mondo che cambia
di GreenReport.it

Le orchidee sono uno dei gruppi di piante più numerosi eppure più minacciati al mondo e circa un’ottantina di specie diverse di orchidee popolano le nostre Alpi. Alcune di queste piante sono estremamente rare e strettamente associate ad ambienti incontaminati, oltre ad aver evoluto nel corso dei millenni complesse simbiosi con funghi mutualistici e insetti impollinatori che hanno da sempre affascinato ricercatori e appassionati di flora.

Lo studio “Consistent population declines but idiosyncratic range shifts in Alpine orchids under global change”, pubblicato su Nature Communications da Costanza Geppert, Lorenzo Marini e Giuseppe Melchiori, del Dipartimento di agronomia, animali, alimenti, risorse naturali e ambiente dell’Università di Padova, dai botanici Giorgio Perazza, Alessio Bertolli e Filippo Prosser, del Museo Civico di Rovereto, e Robert Wilson del Museo Nacional de Ciencias Naturales di Madrid, analizza gli effetti delle attività antropiche sulle popolazioni di orchidee alpine e all’università di Padova spiegano che «La ricerca riguarda la diminuzione e lo spostamento verso quote più alte delle popolazioni di orchidee delle Alpi Nord Orientali dagli anni ‘90 ad oggi. Lo studio dimostra come cambiamento climatico e trasformazione del paesaggio (come la conversione di prati in vigneto o l’abbandono di aree scoscese e remote) costituiscano una minaccia per la sopravvivenza di specie rare e a rischio come le orchidee alpine».

Lo studio si basa su un dataset unico realizzato in circa 30 anni da Giorgio Perazza e dai sui collaboratori che si estende dal livello del mare fino a circa 3.000 metri di altezza. La Geppet e Marini hanno deciso di studiare e analizzare la sopravvivenza delle orchidee oltre l’approccio resurvey. Poi, al meeting annuale della British Ecological Society di Belfast, la Geppet ha avuto la fortuna di incontrare Wilson che aveva studiato lo spostamento degli habitat delle farfalle e che da adolescente, negli anni ’80, aveva cercato orchidee nell’Inghilterra meridionale.

La ricercatrice padovana racconta in un articolo pubblicato su Nature Communications che «Circa due anni dopo l’inizio della ricognizione, avevamo qualche idea in più su cosa fosse accaduto negli ultimi tre decenni in Trentino alle popolazioni di orchidee. Nel complesso, abbiamo osservato un declino della popolazione, in particolare per le popolazioni marginali. Oltre a questi cali consistenti, specie diverse hanno mostrato variazioni di gamma idiosincratiche con movimenti verso l’alto, verso il basso e nessun movimento, suggerendo che la temperatura non era l’unico fattore che determina la dinamica sul campo. Questa variabilità interspecifica nelle dinamiche di distribuzione ha fatto sì che la maggior parte delle specie non spostasse il proprio areale in salita alla stessa velocità dei tassi di riscaldamento. Più del 50% delle specie non è stato in grado tenere completamente traccia dell cambiamento climatico».

Secondo Marini, «Il nostro studio dimostra che oggi sulle Alpi si trovano molte meno orchidee rispetto a trent’anni fa. Alcune popolazioni si sono estinte, altre, prima numerose, sono oramai ridotte a pochi individui. Questa diminuzione non è affatto casuale. Il paesaggio alpino ha subito importanti trasformazioni negli ultimi anni: a valle sono aumentate le aree urbane e l’agricoltura si è intensificata, mentre a quote più alte vengono abbandonati quei prati semi-naturali che non sono sfruttabili da una agricoltura sempre più intensiva. Dallo studio è emerso chiaramente come questi cambiamenti stiano privando le orchidee dei loro habitat e le stiano portando a ridurre in modo consistente le loro popolazioni. Un’eccezione rassicurante è quella delle orchidee tipiche di ambienti umidi che negli ultimi trent’anni non sembrano essere diminuite, probabilmente perché quasi tutte le zone umide si trovano all’interno di aree protette».

Ma non è solo trasformando il paesaggio che l’uomo minaccia le popolazioni di orchidee: i ricercatori evidenziano che «Il cambiamento climatico ha fatto sì che al margine più caldo della loro distribuzione le orchidee siano sottoposte a temperature troppo alte per la loro sopravvivenza. Alcune specie sono costrette a migrare a quote più alte, dove la temperatura è più fredda. Solo le orchidee più flessibili sono in grado di scalare le montagne alla ricerca di condizioni termiche più favorevoli, ma la stragrande maggioranza non riesce a stare al passo con l’innalzamento della temperatura. Infatti, proprio perché le orchidee sono specializzate in habitat ormai sempre più rari, non tutte le specie trovano gli ambienti adatti lungo il gradiente di altitudine e, di conseguenza, restano bloccate lì dove la temperatura si alza».

Lo studio ha attirato anche l’attenzione della presidente della Commissione ambiente della Camera, Alessia Rotta, che ha commentato: «Le orchidee si stanno spostando sempre più in alto alla ricerca sia di temperature più rigide indispensabili alla propria sopravvivenza sia di habitat più accoglienti. Quindi anche questo studio mostra, se mai ve ne fosse ulteriore bisogno, che il riscaldamento globale sta bussando alle nostre porte e che va finalmente assunto come problema prioritario da affrontare, non solo da parte degli accademici, ma della politica e delle istituzioni. Per questo motivo sarà importante avviare in Commissione Ambiente una indagine conoscitiva sul Climate Change e le conseguenze che questi cambiamenti stanno producendo sul nostro ecosistema».

La Geppert ha concluso: «Per proteggere le orchidee alpine non ci si può concentrare solo sul cambiamento climatico o solo sulla trasformazione del paesaggio. E’essenziale offrire alle specie di orchidee la possibilità di reagire all’innalzamento di temperatura salvaguardando da fondo valle fino alle quote più elevate i loro habitat, arrestandone la trasformazione in coltivi, piste da sci o zone urbane».

A cura di GreenReport.it

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