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Litio e terre rare dalle profondità marine, la Norvegia apre allo sfruttamento dei fondali oceanici

Ecosistemi e specie marine a rischio. Manca ancora un regolamento chiaro e le società potranno fare quasi ciò che vogliono con la garanzia di esser difficilmente controllabili

Roberto Zoncadi Roberto Zonca   
Foto Shutterstock
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Si chiama deep-sea mining la nuova minaccia agli ecosistemi planetari. Dopo aver distrutto una moltitudine di habitat sulla terraferma i colossi minerari hanno trovato il modo di nascondere il proprio operato ottenendo il permesso di sfruttare le risorse custodite nelle profondità oceaniche. Occhio non vede cuore non duole, verrebbe da dire, ma non per questo i rischi per la biodiversità possono esser considerati trascurabili. Proprio il 9 gennaio il parlamento norvegese ha espresso il proprio parere favorevole affinché alcune aziende del settore diano il via allo sfruttamento di un’area – ritenuta ricca di rame, litio, zinco, cobalto e terre rare - vasta quasi quanto l’Italia.

Oslo è la prima a dare il via libera al cosiddetto deep-sea mining

Nella miniera sottomarina, che si estende per quasi 280 mila chilometri quadrati, il governo conta di reperire minerali preziosi fondamentali per la transizione energetica. Ma quali sono i rischi? Nessuno sembra saperlo, e capire quanto saranno invasive le estrazioni risulta impossibile. In tanti però si aspettano il peggio del peggio, anche perché il governo avrebbe dato il consenso senza prima fissare delle precise regole di tutela ambientale. Gran parte della comunità scientifica chiede alla Norvegia un passo indietro, perché senza regolamentazione le operazioni rischiano di danneggiare irrimediabilmente uno degli ecosistemi più fragili ancora esistenti e per molti aspetti sconosciuti dell’intero Pianeta.

L’industria mineraria nel frattempo ringrazia

Rame, litio, zinco, cobalto e terre rare rappresentano un bottino che per alcuni giustifica la perforazione della crosta e anche - benché non venga dichiarato apertamente - la distruzione degli ecosistemi. Nei fondali marini, a detta degli esperti chiamati a fare una stima delle risorse nascoste, potrebbero trovarsi 22 milioni di tonnellate di rame, 23 milioni di tonnellate di zinco e ingenti quantitativi di litio e scandio.

Controlli quasi impossibili

Le miniere a “mare aperto” difficilmente potranno esser monitorate da chi l’ambiente vorrebbe tutelarlo. Per raccogliere i minerali preziosi i colossi che otterranno la licenza di scavo dovranno operare a profondità comprese tra i 3 e i 6mila metri. Gli ambientalisti confidano tuttavia che la politica internazionale renda complessa qualsiasi tipologia di estrazione. I giacimenti, infatti, molto spesso si trovano al di fuori delle zone economiche esclusive. Ciò significa che accampare diritti su una data area diverrà assai complesso. Oltre al governo l’ente minerario potrebbe esser costretto a interpellare l’International Seabed Authority (ISA), ente facente parte dell’ONU. I fondali sono dunque al sicuro? Niente affatto, quando in ballo ci sono ricchezze pari a centinaia (forse migliaia) di miliardi di euro gli accordi si trovano sempre. L’Isa, guarda caso, starebbe accelerando i lavori sulla realizzazione del primo regolamento sul deep-sea mining, e c’è chi giura sarà pronto già entro l’anno.

Il 2024 inizia nel peggiore dei modi e gli ambientalisti

Gli ambientalisti dovranno prepararsi a battaglie quantomai dure. In ballo come sempre ci sono gli ecosistemi che sostentano migliaia di specie animali e vegetali (e la sopravvivenza della stessa specie umana). Gli studi realizzati su questa nuova minaccia sono pochissimi, e dai risultati spesso inquietanti. In Giappone un test per l’estrazione di cobalto (durato poco più di 2 ore) ha di fatto dimezzato le popolazioni di pesci e crostacei in un’area vastissima. Le specie sono riuscite a recuperare il danno subito dopo circa un anno dalle operazioni di scavo.

Roberto Zoncadi Roberto Zonca   
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