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La folle corsa del mondo verso una nuova estinzione di massa. Ultima chiamata per salvare gli ecosistemi e la stessa specie umana

L’allarme è globale, ma ancora una volta chi ha gli strumenti per far qualcosa resta con le mani in mano. I primi a subire conseguenze catastrofiche saranno Stati Uniti e Canada. Il 40 per cento di fauna e flora spariranno, mettendo a serio rischio i delicati ecosistemi alla base della vita. I numeri dell’estinzione di massa

Roberto Zoncadi Roberto Zonca   
Foto Shutterstock
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La vita sulla Terra rischia di esser presto stravolta. A lanciare l’allarme è l’associazione conservazionista NatureServe che, attraverso un dossier estremamente preciso, realizzato attraverso l’analisi dei monitoraggi effettuati negli ultimi 50 anni negli Stati Uniti e in Canada, riferisce di un’imminente nuova estinzione di massa. Secondo il rapporto, tra il 30 e il 40 per cento degli ecosistemi del Nord America sono in pericolo. Inutile precisare che con gli ecosistemi rischiano l’estinzione piante e animali. A detta degli esperti l’umanità deve prepararsi ad affrontare un’ecatombe. Salvo iniziative importanti da parte dei Governi scompariranno 34 specie di piante ogni 100, e almeno 4 specie animali ogni 10. Il 41 per cento degli habitat rischia il collasso, e potrebbe condurre verso l’oblio una moltitudine di specie. “In questo momento - spiega Sean T. O’Brien, presidente di NatureServe - le specie si stanno estinguendo più velocemente che in qualsiasi altro momento della storia dell’umanità”.

Le specie vegetali a rischio

Tra le specie maggiormente a rischio si trovano i cactus. Il 48 per cento delle 181 varietà censite nel Nord America risultano “vulnerabili”, “in pericolo”, “criticamente in pericolo”, o persino “potenzialmente già estinte”. Non se la passano meglio felci e orchidee. Secondo i dati il 31 per cento delle prime risulta oggi seriamente minacciato. E per quanto riguarda le seconde è a rischio il 27 per cento delle varietà.

Rischi concreti anche per molluschi e crostacei

Il 75 per cento dei molluschi potrebbe non superare l’imminente crisi. Le lumache d’acqua dolce, ad esempio, nella metà dei casi risultano criticamente in pericolo o peggio potenzialmente estinte. Per le lumache terrestri la percentuale è pressoché identica (74 per cento). In serio pericolo anche il 68 per cento delle specie di cozza e il pregiato gambero di fiume (55 per cento).

“Come gruppo - fanno notare da NatureServe -, le specie associate all’acqua dolce, tra cui anfibi, lumache, cozze, gamberi e molti insetti acquatici, presentano la più alta percentuale di specie a rischio, evidenziando l’importanza delle strategie di conservazione per proteggere gli ecosistemi d’acqua dolce. Tra gli impollinatori, le api sono particolarmente minacciate, con il 37 per cento delle specie valutate a rischio”.

Addio alle praterie

Gli esperti, dopo aver analizzato l’imponente mole di dati, hanno lanciato un allarme anche per gli ecosistemi. Praterie temperate, boreali e arbusteti sono estremamente esposte ai cambiamenti climatici: “Il 51 per cento dei 78 tipi di prateria sono a rischio di collasso”. Subito dopo ci sono le foreste temperate, quelle boreali e i boschi. Il 40 per cento dei 107 tipi nativi degli Stati Uniti potrebbero non superare i prossimi decenni”.

E il resto del mondo?

C’è poco da sorridere. I problemi, trovandoci su una biosfera chiusa, riguardano tutto il Pianeta, e nessuno può chiamarsi fuori dicendo di aver fatto qualcosa più degli altri. Il mondo sta attraversando, nel silenzio più assoluto delle istituzioni, la sesta estinzione di massa. La folle corsa verso il dirupo può tuttavia esser ancora rallentata e, sarebbe opportuno, persino arrestata. Nonostante la situazione sia drammatica è ancora possibile agire: anche se gli effetti positivi sarebbero osservabili non prima del 2050. In ogni caso si deve agire oggi, con un approccio sistemico che agisca anche sulla prevenzione. L’umanità, e le sue attività, sono parte del problema, ma possono essere anche la possibile soluzione. Al momento sono già stati lanciati degli ambiziosi progetti di salvaguardia ambientale, come la nuova strategia dell’UE sulla biodiversità per il 2030, la strategia dal produttore al consumatore e la strategia dell’UE sull’adattamento ai cambiamenti climatici, che costituiscono gli elementi cardine del Green Deal europeo, ma questo potrebbe non bastare. Nel prossimo decennio il mondo intero deve invertire il declino della biodiversità. Per farlo servirà rafforzare e ampliare la rete di aree protette, istituire un piano di ripristino e garantire una serie di caratteristiche degli ecosistemi.

Roberto Zoncadi Roberto Zonca   
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