Corsa alla riforestazione. Ma queste iniziative sono realmente amiche dell'ambiente?

Molti governi stanno pianificando delle strategie apparentemente a favore della Natura, ma il 45 per cento delle nuove foreste promesse saranno piantagioni monocolturali di alberi a crescita rapida di solito destinati al taglio

Corsa alla riforestazione. Ma queste iniziative sono realmente amiche dell'ambiente?
di Roberto Zonca

I cambiamenti climatici in atto sono causati da una moltitudine di fattori generati, nella stragrande maggioranza dei casi, dalle attività dell’uomo. Per correre ai ripari, o forse sarebbe meglio dire “per cercare di ridurre al minimo le conseguenze nefaste” e salvaguardare così il pianeta per le future generazioni, molti governi hanno deciso di investire somme di denaro anche importanti per la piantumazione di aree libere non destinate alla costruzione né tanto meno alle produzioni agricole. Nel mondo, in sintesi, è in atto una vera e propria corsa alla riforestazione: indosserà la maglia del governo più green il Paese che avrà piantato il maggior numero di alberi. Ma queste azioni sono definibili realmente amiche dell’ambiente? A quanto pare no. Quando ci si lancia in iniziative come questa, infatti, si dovrebbero pianificare anche i più piccoli dettagli: quelli apparentemente irrilevanti. Ma quella maglia, quella del “Paese più green”, ha dato alla testa a molte persone, ed ecco che la corsa rischia di trasformarsi in un pericoloso boomerang.

Nonostante gli alberi siano il miglior strumento a disposizione dell’uomo per la lotta contro l’aumento dei livelli di anidride carbonica (CO2) nell’atmosfera, i governi che hanno dichiarato di esser pronti a piantumare parte dei propri territori lo faranno attraverso piantagioni monocolturali a crescita rapida. Le varietà più apprezzate sembrano esser per ora le acacie e gli eucalipti… e proprio questo solleva le perplessità di tantissimi scienziati. Queste specie, infatti, di solito sono destinate al taglio per la produzione di cellulosa per carta, facendo crescere il timore che da qui a pochi anni possa scatenarsi un nuovo e più agguerrito assalto agli ecosistemi.

Questo tipo di intervento risulta essere dunque “pericoloso”, perché  riduce la biodiversità, e anche poco utile, perché delle foreste monocultura sarebbero “meno efficienti di quelle naturali” nella cattura del carbonio. “Per arginare il riscaldamento globale, la deforestazione deve cessare - scrive un gruppo di scienziati sulle pagine di Nature -. I programmi di restauro in tutto il mondo dovrebbero riportare tutte le terre degradate verso l’insediamento di ‘foreste naturali’ e proteggerle. Chiediamo alla comunità scientifica del restauro ambientale, agli esperti di silvicoltura e ai responsabili delle politiche di dare la priorità alla rigenerazione delle foreste naturali rispetto ad altri tipi di piantagioni di alberi, consentendo alle terre degradate di ripristinare il loro precedente stato ad alto tenore di carbonio. Ciò comporterà la chiarezza delle definizioni, la rendicontazione trasparente dei piani e dei risultati e l’indicazione chiara degli scambi di carbonio tra i diversi usi del suolo”.

I timori dei ricercatori sono molti

Il primo: le piantagioni assorbono in media poco più carbonio rispetto alla terra liberata per piantarle. Lo sdoganamento rilascia carbonio, seguito da un rapido assorbimento da alberi a crescita rapida come l’eucalipto e l’acacia (fino a 5 tonnellate di carbonio per ettaro all’anno). Ma dopo che questi alberi vengono tagliati e la terra viene ripulita per il reimpianto (in genere ogni 10 anni) il carbonio viene nuovamente rilasciato dalla decomposizione dei rifiuti e dei prodotti delle piantagioni (principalmente pannelli di carta e trucioli di legno). Potrebbe esser possibile aumentare la quantità di carbonio immagazzinato nelle terre delle piantagioni grazie a turni di taglio più lunghi, utilizzando specie diverse o convertendo il legname in prodotti di maggiore durata.

Il secondo: aumentare esponenzialmente l’area delle piantagioni potrebbe ridurre la loro redditività, motivo per cui molti Paesi stanno dando la priorità a questo tipo di riforestazione. Se venissero attuati gli attuali piani di restauro l’estensione di piantagioni tropicali e subtropicali del mondo aumenterebbero così tanto da determinare un totale cambiamento nell’uso globale del suolo. I prezzi dei trucioli e dei prodotti di carta potrebbero probabilmente crollare, ma al momento non sono state condotte ricerche sugli effetti economici di questo importante cambiamento nella politica forestale.

In terzo: i politici interpretano erroneamente il termine “restauro delle foreste”. Pochi scienziati della conservazione, per esempio, pensano che ciò possa includere la piantagione di una monocoltura di eucalipti da tagliare costantemente. Ma utilizzando definizioni generali e terminologia confusa molti governi fuorviano il pubblico. È vero che molte piantagioni soddisfano la definizione di foresta della Fao: più di 0,5 ettari di superficie, alberi alti almeno 5 metri e più del 10 per cento di copertura arborea. Tuttavia mancano le componenti chiave della mitigazione dei cambiamenti climatici e della protezione della biodiversità. Le piantagioni sono importanti economicamente, ma non dovrebbero essere classificate come restauro o ripristino forestale. Tale definizione necessita urgentemente di una revisione per escludere le piantagioni monocolturali.

Il quarto: i documenti ufficiali confondono spesso il processo di rigenerazione verso la foresta naturale con il tipo di copertura del suolo risultante. La copertura del suolo può essere etichettato come foresta naturale molto prima che questo sia maturo. Nel frattempo, i calcoli del beneficio climatico di solito presuppongono che questo suolo diventi foresta e rimanga così per sempre. Ma non vi è alcuna garanzia che queste foreste saranno protette tra 50 o 100 anni, in particolare man mano che cresce la richiesta di terra coltivabile.

Le possibili soluzioni

Per aumentare il potenziale di sequestro del carbonio dei programmi di riforestazione e per soddisfare gli impegni climatici globali gli scienziati suggeriscono una serie di azioni.

1 - I Paesi dovrebbero aumentare la percentuale di terra che viene rigenerata in foresta naturale. 8,6 milioni di ettari aggiuntivi sequestrano 1 petagrammo di carbonio (pari a 1 miliardo di tonnellate di carbonio) entro il 2100. Si tratta di un’area all’incirca delle dimensioni dell’Irlanda o della Carolina del Sud;

2 - Dare priorità alla rigenerazione naturale nei tropici umidi, come l’Amazzonia, il Borneo o il bacino del Congo, che supportano tutte foreste di biomassa molto elevate rispetto alle regioni più secche. I pagamenti internazionali per ricreare e mantenere nuove foreste dal sequestro del carbonio, dall’adattamento al clima o dai fondi di conservazione potrebbero rafforzare l’azione;

3 - Basarsi sugli stock di carbonio esistenti. Mirare a foreste degradate e aree parzialmente boscose per la rigenerazione naturale;

4 - Una volta ripristinata la foresta naturale, proteggerla. Ciò potrebbe essere realizzato espandendo le aree protette, riconoscendo diritti di proprietà ai popoli indigeni che proteggono le terre boscose; cambiando la definizione legale di come la terra può essere utilizzata in modo che non possa essere convertita in agricoltura, o incoraggiando le aziende di materie prime a impegnarsi a non intaccare le foreste naturali ripristinate.

Riferimenti