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Clima e pianeta da salvare: parole o fatti? Alla Cop27 pullulano i lobbisti dei combustibili fossili

A Sharm el-Sheikh, in Egitto, vengono segnalati ufficialmente almeno 636 lobbisti delle industrie petrolifere e del gas registrati. Che potere hanno? Quali interessi vi sono in gioco e quali le potenziali pressioni?

Ignazio Dessìdi Ignazio Dessì   

I summit e gli eventi internazionali sull’ambiente sono stati tanti nell’ultimo secolo. Anche perché l’emergenza ambientale è sempre più pressante e davanti agli occhi di tutti. Spaventa sia le persone comuni che i governanti. Spesso alle intenzioni, tuttavia, non corrispondono i fatti o, meglio, i risultati. Eppure gli scienziati di tutto il mondo concordano: evidenze come quella dello sconvolgimento climatico impongono un radicale mutamento di strada nell’approvvigionamento energetico. La necessità di passare immediatamente dalle fonti fossili a quelle rinnovabili (un discorso aperto resta quello sul nucleare). Pena pesanti, sempre nuovi e catastrofici sconvolgimenti. Perché, allora, gli obiettivi ritenuti necessari vengono di sovente schivati o procrastinati nel tempo?

I lobbisti in azione

Per farsi un’idea di cosa potrebbe annidarsi dietro queste difficoltà basti pensare che alla Coop27, attualmente in svolgimento a Sharm el-Sheikh, in Egitto, vengono segnalati ufficialmente almeno 636 lobbisti delle industrie petrolifere e del gas registrati tra i partecipanti. Lo mettono in risalto, in primo luogo, alcune Ong ambientaliste. "636 lobbisti dei combustibili fossili, affiliati ad alcuni dei più grandi colossi petroliferi e del gas inquinanti, si sono registrati per i colloqui sul clima alla COP27", denunciano Global Witness e altre organizzazioni. Un aumento di oltre il 25% rispetto alla COP26, quella di un anno fa. Un vero record. A Glasgow – in effetti - ce n’erano appena 503 e la cosa aveva fatto comunque scalpore, in quanto si rimarcava come i numeri del gruppo lobbistico superavano quelli di qualsiasi delegazione di Stato.

Le fonti fossili sono in discussione (Ansa)

Nell’occasione attuale – come riportano le agenzie – solo gli Emirati Arabi Uniti, preposti ad ospitare nel prossimo anno la COP28, con 1.070 delegati registrati, superano quel gruppo agguerrito di 636 componenti.

Gli interessi in gioco

Insomma, sembra evidente che all’evento in questione le forze della conservazione sono massiccie, ben organizzate e dotate di mezzi. E' chiaro quali interessi vi siano in gioco e quali siano le potenziali pressioni, e non è difficile farsi un'idea di quanto sia forte la loro influenza. Contano per esempio - si chiede qualcuno - più le istanze dei Paesi africani e delle comunità indigene, quelli della foresta Amazzonica, o quelli delle grandi multinazionali? Quanto vengono influenzate da questi lobbisti le decisioni dei summit? Si tratta di domande che circolano sempre più numerose in ogni ambiente e latitudine, ribadite dal gruppo Kick Big Polluters out, che da tempo si batte contro l’influenza lobbistica, pro combustibili fossili, durante negoziati tanto cruciali per il futuro di tutti.

Simili presenze - si fa notare - possono finire con l’ostacolare i negoziati in una fase delicatissima in cui è vitale decidere che l’aumento della temperatura globale resti entro 1,5° C di riscaldamento.

Chi sono

Ma chi sono i lobbisti? In gran parte lavorano per aziende del settore o comunque incarnano gli interessi dei signori dei combustibili fossili. Combustibili che rappresentano, è bene non scordarlo, la principale causa del riscaldamento globale.

"Ci sono grandi delegazioni dell'industria petrolifera e del gas e alcune fanno anche parte di delegazioni nazionali. E ci sono governi dei paesi del Nord che vengono alla ricerca di opportunità di petrolio e gas in Africa, con grandi delegazioni", spiega Thuli Makama di Oil Change International.

Secondo il sito specialistico Rinnovabili.it il lobbismo climatico è un grande business. Solo negli Stati Uniti – si apprende da uno studio di Robert J. Brulle della Drexel University pubblicato sulla rivista Climate Change  - sarebbero stati spesi oltre due miliardi di dollari in 16 anni per influenzare i membri del Congresso sulle principali leggi in materia di emissioni di gas serra e inquinamento.

Anche attraverso l’attività di lobbying, e i fondi spesi per questa attività, grandi inquinatori come aziende elettriche, compagnie fossili e società dei trasporti, avrebbero “letteralmente eclissato gli sforzi compiuti nello stesso periodo dagli ambientalisti”.

Ignazio Dessìdi Ignazio Dessì   

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