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I calamari californiani invadono l’Alaska, a rischio specie autoctone e habitat marini

Confermata la loro comparsa periodica nel Golfo dell’Alaska, 1.200 chilometri a nord del loro areale

di GreenReport.it   
Foto GreenReport.it
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Come suggerisce il loro nome comune, “California market squid”, i calamari californiani (Doryteuthis opalescens), vengono spesso venduti nelle pescherie e nei supermercati e in genere vivono tra la Baja California in Messico e la  Monterey Bay in California. Quindi la loro comparsa periodica nel Golfo dell’Alaska, a circa 1.200 chilometri (745 miglia) a nord del loro areale, ha incuriosito e preoccupato gli scienziati. Infatti, gli avvistamenti di calamari californiani verso il Polo sollevano due domande: perché i calamari si sono spostati così a nord e cosa significa per gli altri animali che vivono nelle acque dell’Alaska?

Per trovare le risposte, i ricercatori  si sono avvalsi della citizen science, arrivando a risultati che potrebbero predire l’esito di futuri cambiamenti di areale guidati dal cambiamento climatico anche per altre forme di vita marina. Il tutto è spiegato nello studio “Rapid Range Expansion of a Marine Ectotherm Reveals the Demographic and Ecological Consequences of Short-Term Variability in Seawater Temperature and Dissolved Oxygen”, pubblicato recentemente su The American Naturalist da un team di ricercatori di Stanford University, University of Alaska Southeast e GEOMAR Helmholtz-Zentrum für Ozeanforschung Kiel, che descrive in dettaglio come il cambiamento climatico abbia probabilmente favorito l’arrivo del calamaro californiano a nord e documenta anche differenze significative tra le popolazioni di calamari del mercato californiani e quelli dell’Alaska, che «Potrebbero complicare ulteriormente il modo in cui influiscono sugli ecosistemi al di fuori del loro areale previsto».

Il principale autore dello studio, Benjamin Burford, un ex biologo della Hopkins Marine Station of Stanford University che ora lavora per l’università della California – Santa Cruz e la National Oceanic and Atmospheric Administration, ricorda che «quando gli animali si spostano, non sono solo visite turistiche. Ovunque finiscano, i calamari si riprodurranno, mangeranno e saranno mangiati e queste azioni avranno inevitabili conseguenze sulle specie che li circondano».

Il calamaro californiano è una piccola creatura con una vita breve che si trova spesso nelle acque poco profonde del California Current System. Il suo areale si è occasionalmente ampliato a nord, inclusa più recentemente una presenza significativa nel Golfo dell’Alaska iniziata nel 2015. Approfittando di questo cambiamento in corso, Burford e il suo team hanno deciso di studiare cosa significasse per i calamari e per la loro nuova comunità. I ricercatori hanno lavorato con il Sitka Sound Science Center per reclutare liceali dell’Alaska per aiutarli a condurre indagini sui calamari. In questo modo, il team di ricerca ha potuto misurare e determinare contemporaneamente l’età e il sesso dei calamari sia in California che in Alaska.

Burford è molto soddisfatto dei risultati di questa collaborazione: «Gli studenti hanno imparato, abbiamo ottenuto alcuni dati, tutti si sono divertiti». Il team di ricercatori è rimasto sorpreso dalle differenze tra i calamari delle due regioni: «Nella zona originaria del calamaro californiano – spiegano alla Stanford –, gli individui tendono a vivere 6 mesi e crescono in media fino a 120 millimetri di lunghezza, circa la lunghezza di un hot dog. In Alaska, la stessa specie era più lunga di 40 millimetri in media e arriva quasi al doppio, simile alle dimensioni medie viste nei calamari 70 anni fa nel loro areale abituale». Burford ipotizza che «Le condizioni mutevoli nella regione della California abbiano limitato l’accessibilità delle risorse, facendo sì che i calamari presenti accelerino i loro cicli di vita».

E questa scoperta porta con sé altri problemi: «Anche se 40 millimetri non sembrano molti, significa che i calamari dell’Alaska possono mangiare prede molto più grandi rispetto ai suoi soliti crostacei. Le dimensioni maggiori potrebbero anche consentire al calamaro di mangiare piccoli pesci, che potrebbero essere il pasto dei suoi nuovi vicini i o gli stessi nuovi vicini importanti, come i giovani salmoni. Quindi, il calamaro californiano migrante potrebbe non solo danneggiare le creature autoctone che abitano le acque dell’Alaska, ma anche i pescatori dell’Alaska.

Secondo i ricercatori è una nuova conferma che «Con il cambiamento del clima arriva il cambiamento degli ecosistemi e i membri di questi ecosistemi possono rispondere spostandosi in habitat più adatti. Ciò è particolarmente vero per quelli con una vita breve, come i California market squid, perché non hanno molto tempo per poter aspettare che le condizioni migliorino».

Dopo aver capito che le condizioni più difficili nell’home range avevano incoraggiato il calamaro californiano a migrare verso nord, Burford e il suo team hanno esaminato varie condizioni ambientali per indagare su quali fossero i driver più probabili e  hanno identificato «Alcuni fattori legati al cambiamento climatico – il riscaldamento delle acque, la diminuzione della saturazione di ossigeno e la presenza mutevole di specie concorrenti – che hanno reso più facile per ogni singolo calamaro soddisfare i suoi bisogni in Alaska piuttosto che soddisfarli nel suo areale».

Questi cambiamenti nell’habitat dei calamari non si sono verificati dall’oggi al domani e nemmeno la loro migrazione. Il team statuinitense e tedesco stima che «Questo spostamento abbia avuto luogo probabilmente nell’arco di 6 generazioni di calamari, per circa 3 anni in totale». L’autore senior dello studio, Mark Denny dell’Hopkins Marine Station della Stanford University, conclude: «Con l’avanzare del cambiamento climatico, è inevitabile che ci siano altre specie come il calamaro del mercato californiano che si spostano verso mari più adatti. Indagare cosa succede a questo calamaro e agli ecosistemi che lo circondano in questo momento aiuterà i ricercatori a prevedere cosa potrebbe accadere ad altre forme di vita marina in seguito».

A cura di GreenReport.it

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