Allarme epidemie, l’aviaria torna a diffondersi in Italia: emergenza negli allevamenti intensivi

Negli ultimi 3 mesi oltre 14 milioni di polli e altri volatili domestici abbattuti in più di 300 focolai, migliaia di aziende coinvolte e danni per milioni di euro

Foto Shutterstock
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di GreenReport.it

Oltre 14 milioni di polli e altri volatili domestici abbattuti in più di 300 focolai, migliaia di aziende coinvolte e danni per milioni di euro (più di mezzo miliardo, secondo le stime di categoria). Sono i numeri dell’epidemia di influenza aviaria che negli ultimi tre mesi ha colpito anche l’Italia, in particolare il Veneto e la Lombardia, dove si trova la maggior parte dei grandi allevamenti di volatili. L’Italia è il primo Paese europeo per numero di volatili domestici infetti, secondo solo alla Germania se si considerano anche le specie selvatiche.

Il rischio di nuove pandemie

Gli abbattimenti degli animali, oltre al fattore etico, hanno un grande impatto economico, ma si tratta di una misura necessaria a limitare la diffusione dell’epidemia e ridurre il rischio di infezione umana. Nei giorni scorsi, nel Regno Unito, si è purtroppo già registrato il primo contagio di una persona in questa nuova ondata europea di influenza aviaria. Si tratta per fortuna di un evento raro, poiché le varianti in circolazione possono trasmettersi agli esseri umani solo tramite stretto contatto con volatili infetti, come è avvenuto nel caso del signore inglese contagiato.

Ma a preoccupare le autorità sanitarie di tutto il mondo è l’alta frequenza di mutazione di questi tipi di virus, con la “concreta possibilità che da un serbatoio animale possa originare un nuovo virus per il quale la popolazione umana risulta suscettibile dando modo alla malattia di estendersi a livello globale, provocando quindi una pandemia.”, come si legge sul sito dell’Istituto Zooprofilattico Sperimentale delle Venezie, l’ente nazionale di riferimento sull’aviaria.

Allevamenti intensivi un ambiente ideale per i virus

Quando numerosi individui geneticamente molto simili sono costretti a vivere a stretto contatto tra loro si crea una condizione ideale per la diffusione delle epidemie, ed è proprio la situazione che troviamo negli allevamenti intensivi di tutto il mondo. Se a questo si aggiunge che spesso gli animali allevati vengono spostati anche su lunghe distanze, abbiamo una seconda condizione che facilita la diffusione dei virus. E non perché le misure di biosicurezza nei nostri allevamenti siano carenti, ma semplicemente perché questi ambienti creano, di fatto, un habitat ideale per gli agenti patogeni.

Non a caso, l’ultimo rapporto dell’EFSA indica tra le misure consigliate per contrastare i virus dell’aviaria la riduzione della densità degli allevamenti commerciali, soprattutto nelle zone in cui queste attività sono maggiormente concentrate, come avviene nelle regioni della Pianura Padana maggiormente colpite dal virus.

Come possiamo affrontare le cause dell’epidemia

Per adesso il governo italiano ha stanziato 30 milioni di euro in finanziaria per aiutare le attività messe in ginocchio dall’epidemia di aviaria, ma è chiaro che senza cambiamenti strutturali ci sarà una (o più di una) “prossima volta”. Senza affrontare le cause delle epidemie assisteremo a un circolo vizioso che divora fondi pubblici.

L’Italia, come gli altri Paesi europei, dovrebbe invece cogliere la grande occasione dei fondi messi a disposizione dalla nuova Politica Agricola Comune (PAC), votata a fine 2021 dal Parlamento Europeo, per investire su una vera transizione del sistema degli allevamenti intensivi, che imbocchi l’unica strada possibile per ridurre impatti ambientali e rischi per la salute: diminuire la densità e il numero degli animali allevati, parallelamente alla promozione di diete sane e a base vegetale.

È quanto abbiamo chiesto al ministro delle Politiche agricole Stefano Patuanelli in occasione degli incontri svolti in dicembre sulla redazione del Piano Nazionale Strategico italiano sulla PAC. Solo poche settimane prima, le attiviste e gli attivisti di Greenpeace erano entrati in azione nel  porto di Ravenna, dove avevano scalato alcuni silos e bloccato l’ingresso di uno dei principali stabilimenti italiani destinati all’importazione di soia sudamericana per alimentare i nostri allevamenti intensivi.

Cambiamo questo sistema malato

È l’intero sistema della zootecnia intensiva che deve essere cambiato. La filiera mangimistica divora infatti grandi quantità di terreni e risorse, spesso a scapito di preziosi ecosistemi naturali, con impatti ambientali e sanitari insostenibili: quando gli equilibri naturali vendono compromessi, aumenta il rischio di nuove epidemie. Secondo l’IPBES, l’organismo scientifico delle Nazioni Unite sulla biodiversità, sono circa 850.000 i virus che potrebbero avere la capacità di trasferirsi agli esseri umani, come avvenuto con Sars-CoV-2.

Il problema degli allevamenti intensivi sta emergendo con sempre maggiore chiarezza anche nelle sedi politiche: occorre promuovere un cambiamento che certamente va affrontato in modo graduale, ma che è urgente e necessario, se non vogliamo trovarci a fare i conti sempre e solo con le devastanti conseguenze di un sistema malato.

A cura di Simona Savini - Campagna Agricoltura di Greenpeace Italia