L'Australia brucia, Giacarta affoga: due lati della stessa drammatica medaglia

Entrambi sono nella cinquina dei Paesi a più alto tasso di emissioni (rispetto alla popolazione) del pianeta. La prima per via dell’estrazione e dell’utilizzo del carbone. La seconda per le deforestazioni che aprono spazio alle piantagioni per l’olio di palma. Quel che sta accadendo non è un caso

L'Australia brucia, Giacarta affoga: due lati della stessa drammatica medaglia
di Maurizio Ricci

Piove, finalmente, in Australia. E la pioggia invocata da tre mesi è anche abbondante. Troppo abbondante, dicono però gli esperti, e in troppi posti sbagliati. Per i pompieri è meglio del sereno, ma non basta, per ora, a spegnere gli incendi e, anzi, i fulmini dei temporali rischiano di accenderne altri. In più, dove piove si materializza un altro rischio: la terra è talmente secca che non assorbe l’acqua e non c’è più la vegetazione a funzionare da spugna. In altre parole, dove gli incendi si fermano, il rischio è l’inondazione.

L’inferno australiano, insomma, continua e, probabilmente, si prolungherà fino a quando questa maledetta estate non lascerà il passo all’inverno. Solo allora si potrà fare un bilancio, ma i dati che già ci sono parlano di una catastrofe epocale, con numeri che fanno spavento. Incendi, nella stagione secca, in Australia, ce ne sono spesso, ma questo ha bruciato già 11 milioni di ettari, un’area grande come la Bulgaria. I morti sono 26, le case distrutte oltre 2 mila, gli esperti parlano di mezzo miliardo di animali bruciati o asfissiati, il fumo dei roghi è arrivato fino a Buenos Aires.

L'Australia brucia, Giakarta annega

Non è un caso e non finisce qui. In un mondo più caldo e più secco stiamo facendo sempre più spesso i conti con la minaccia del fuoco. Nel 2018, in California gli incendi hanno fatto 80 morti. In Grecia, stesso anno, 100. Insieme alla West Coast americana e al nostro Mediterraneo, costantemente a rischio siccità, anche l’Africa del Sud e parti dell’Asia centrale sono le altre aree asciutte a più forte rischio. Un giornale non facile all’allarmismo, come l’inglese Economist, è arrivato ad una conclusione secca, sconcertante, disperata, definitiva: forse, scrive in un editoriale, dobbiamo prendere atto che, in certi posti, non si può più abitare. Non sono speculazioni astratte. In California, le assicurazioni, con gli incendi del 2018, hanno perso 24 miliardi di dollari: assicurare casa contro il fuoco, oggi, è diventato un costo proibitivo.

Ma ad una conclusione analoga a quella dell’Economist si arriva esaminando anche il caso opposto. Mentre l’Australia bruciava, l’Indonesia affogava. La pioggia record che ha investito Giacarta, in questi giorni, ha annegato 67 persone. Altre 12 sono state sepolte dalle frane. Tutta la città, del resto, sta sprofondando nel fango. E i tecnici calcolano che, nel 2050, il 95 per cento di Giacarta Nord non sarà più abitabile.

Il disastro della capitale indonesiana è un evento estremo. Mai, da quando gli olandesi, la potenza coloniale di allora, cominciarono le misurazioni nel 1860 era caduta su Giacarta tanta pioggia in 24 ore. E’ lo specchio – invertito - dell’evento estremo australiano. L’anno scorso i termometri hanno registrato le temperature più alte in Australia dal 1910, un grado e mezzo sopra la media. Contemporaneamente, ha piovuto il 40 per cento in meno del solito, le precipitazioni più basse dal 1900. Il cocktail che doveva innescare l’estate degli incendi era servito.

I due Paesi tra quelli a più alto tasso di emissioni

Australia e Indonesia sono ambedue nella cinquina dei paesi a più alto tasso di emissioni (rispetto alla popolazione) del pianeta. La prima per via dell’estrazione e dell’utilizzo del carbone. La seconda per le deforestazioni che aprono spazio alle piantagioni per l’olio di palma. In qualche modo, insomma, si potrebbe dire che se la sono voluta. Ma, in realtà, è puramente casuale che siano stati colpiti questi due paesi. Il fenomeno dell’effetto serra e del cambiamento climatico è globale e non può essere “nazionalizzato”. La domanda cruciale, dunque, è: c’è un rapporto fra gli incendi australiani e le piogge indonesiane e fra questi due eventi e le emissioni di CO2?

Gli scienziati sono sempre cauti nello stabilire le catene causa-effetto, ma, qui, troppi dati coincidono. Il record di temperature australiano e quello di pioggia indonesiano si incastrano perfettamente nelle teorie e nei modelli del cambiamento climatico. Cosa dicono, infatti, teorie e modelli? L’aumento delle emissioni di anidride carbonica – in costante accelerazione dall’avvio della rivoluzione industriale – fa crescere le temperature e il maggior calore sconvolge il ciclo idrico dell’evaporazione e delle piogge. Risultato? In linea di principio le aree umide (come l’Indonesia) diventano più umide e quelle secche (l’Australia) più secche. Ed ecco i record di pioggia da una parte, di siccità dall’altra. Il processo di riscaldamento, infatti, diventa sempre più veloce e spinge sempre più verso l’estremo gli eventi estremi.

Gli ultimi dati sul riscaldamento sono, in effetti, inequivocabili. L’ultimo decennio è il più caldo mai registrato e, nell’arco dei dieci anni, i più caldi sono gli ultimi cinque. Rispetto al 1950, la temperatura risulta più alta di un grado. L’ultimo anno, il 2019, non risulta il più caldo, perché il 2016 lo supera di un niente. Questi, tuttavia, sono i dati registrati nell’aria, sulla superficie terrestre. L’ingranaggio fondamentale del riscaldamento climatico, invece, è nell’acqua degli oceani. Sono loro che assorbono il 90 per cento dell’aumento di temperatura determinato dall’effetto serra.

Oceani più caldi di sempre

Anche qui, gli ultimi dieci anni sono i più caldi mai registrati, ma il 2019 non solo è il più caldo, ma è anche l’anno in cui le 3 mila boe disseminate negli oceani hanno registrato la crescita più forte delle temperature, a conferma dell’accelerazione del processo: fra il 1987 e il 2019 la temperatura degli oceani è salita 4,5 volte più in fretta di quanto non fosse avvenuto nei trent’anni precedenti, fra il 1955 e il 1986. Le dimensioni complessive di questo aumento di temperature sono enormi: come se – calcolano gli scienziati – ogni abitante della Terra tenesse in funzione, 24 ore su 24, 100 forni a microonde.

Fermare questo meccanismo impazzito diventa ogni giorno più difficile. Come in una spirale perversa, gli incendi australiani, scatenati dalla siccità climatica, vanno ad aumentare l’effetto serra. In  due mesi, il fumo degli incendi ha vomitato nell’atmosfera 400 milioni di tonnellate di anidride carbonica, quanto la Gran Bretagna produce in un anno. E allora, in un paradosso che illustra bene il punto di rottura cui siamo giunti, i climatologi sono, in questi giorni, con gli occhi puntati sulle Filippine, dove il vulcano Taal, non lontano da Manila, continua ad essere sull’orlo di una spettacolare eruzione. Se il vulcano sparasse negli strati più alti dell’atmosfera un volume di polveri equivalente a quello eruttato dal vulcano Pinatubo (anch’esso nelle Filippine) quasi trent’anni fa, ne risulterebbe un raffreddamento delle temperature globali anche di mezzo grado per parecchi anni: una pausa di respiro che potrebbe consentire di recuperare un po’ di tempo sinora perduto nella lotta contro l’effetto serra. Un po’ come accendere un cero propiziatorio in chiesa.