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Sempre più alluvioni, ma l’Italia spende 7 volte di più in emergenze che in prevenzione

Legambiente: “Una vera mitigazione si potrà ottenere solo integrando la restituzione dello spazio ai fiumi”

di GreenReport.it   
Foto Ansa
Foto Ansa

L’alluvione che in poche ore, lo scorso 2 novembre, ha scaricato in Toscana la pioggia di un mese è solo l’ennesima emergenza a colpire l’Italia nel segno della crisi climatica. Il consenso scientifico è unanime nello spiegare che il riscaldamento climatico porta con sé eventi meteo estremi più intensi e frequenti, una dinamica nel quale il nostro Paese rientra appieno. Nel nuovo rapporto Città Clima 2023 Speciale Alluvioni (Pdf), presentato da Legambiente, l’associazione ambientalista documenta negli ultimi 14 anni (dal 2010 all’ottobre 2023) ben 684 allagamenti da piogge intense, 166 esondazioni fluviali e 86 frane sempre dovute a piogge intense, che rappresentano il 49,1% degli eventi totali registrati.

Le regioni più colpite per allagamenti da piogge intense sono state: la Sicilia,con 86 casi, seguita da Lazio (72), Lombardia (66), Emilia-Romagna (59), Campania e Puglia (entrambe con 49 eventi), Toscana (48). Per le esondazioni fluviali al primo posto la Lombardia con 30 casi, seguita dall’Emilia-Romagna con 25 e dalla Sicilia con 18 eventi. Le frane da piogge intense, invece, hanno provocato danni in particolare in Lombardia (12), Liguria (11), Calabria e Sicilia (entrambe con 9 eventi).

In Italia ci sono 1,3 milioni di persone che vivono in aree definite a elevato rischio di frane e smottamenti e oltre 6,8 milioni di persone sono a rischio medio o alto di alluvione (dati Ispra). Non a caso il Paese ha speso, dal 2013 al 2023, oltre 13,8 miliardi di euro in fondi per la gestione delle emergenze meteo-climatiche (dati Protezione civile). In altre parole, in Italia si sono spesi in media oltre 1,25 miliardi/anno per la gestione delle emergenze, mentre dal 1999 al 2022, per la prevenzione del rischio, sono stati ultimati 7.993 lavori per un importo medio di 0,186 miliardi/anno (fonte Rendis-Ispra); ovvero, si investe in prevenzione circa un settimo di quanto si spende per le emergenze (un dato che scende a un decimo guardando al solo periodo 2013-23).

Eppure, nonostante tutto ciò, il Governo Meloni nel rimodulare il Pnrr ha scelto di dimezzare le somme destinate a contrastare il dissesto idrogeologico, passate a livello nazionale da 2,49 miliardi a 1,203 miliardi.

«Le drammatiche emergenze registrate negli ultimi anni nelle Marche, a Ischia, in Romagna e da ultima l’alluvione in Toscana – dichiara Stefano Ciafani, presidente nazionale di Legambiente – ci devono far riflettere sul modello di gestione del territorio. Non è solo un problema di risorse economiche, come spesso si vuole far credere, o di mancanze nella manutenzione ordinaria, pratica corretta e condivisibile ovviamente, se inserita in un contesto più ampio. Il problema principale sta nel voler rispondere alla logica della “messa in sicurezza”, che ha visto nel corso dei decenni provare a difendere l’indifendibile, alzando solamente argini e ragionando in maniera idraulica, con calcoli e tempi di ritorno delle piene che la crisi climatica sta spazzando via più velocemente di quanto si pensasse».

Per questo Legambiente lancia al Governo Meloni un appello affinché in tempi rapidi definisca una nuova governance del territorio, che riveda le politiche territoriali tenendo conto di quattro priorità su cui non sono ammessi più ritardi:

1) Occorre approvare in via definitiva il Piano nazionale di adattamento ai cambiamenti climatici e individuare le linee di finanziamento stanziando adeguate risorse economiche (a oggi assenti) per attuare il Piano

2) Approvare la legge sullo stop al consumo di suolo che il Paese aspetta da 11 anni. Occorre, poi, far rispettare il divieto di edificazione nelle aree a rischio idrogeologico e i vincoli già presenti, riaprire i fossi e i fiumi tombati nel passato, recuperare la permeabilità del suolo attraverso la diffusione di Sistemi di drenaggio sostenibile (Suds) che sostituiscano l’asfalto e il cemento

3) Superare la logica dell’emergenza e degli interventi invasivi e non risolutivi

4) Costituire una regia unica, da parte delle Autorità di bacino distrettuale, attualmente marginalizzate.

«Una vera mitigazione del rischio idrogeologico – spiega Andrea Minutolo, responsabile scientifico di Legambiente – si potrà ottenere solo integrando la restituzione dello spazio ai fiumi (agendo su delocalizzazioni, desigillatura di suoli impermeabilizzati, rinaturazione delle aree alluvionali, azzerando il consumo di suolo e non concedendo nuove edificazioni in aree prossime ai corsi d’acqua) con opere di difesa passiva e di sfogo controllato, come aree o vasche di laminazione, da realizzare laddove necessario e inserendole sempre in una visione generale del problema da risolvere. La ricostruzione delle aree colpite dalle alluvioni, a partire dall’Emilia-Romagna, deve essere l’occasione per ripensare la gestione del territorio».

A tal proposito, gli ambientalisti del Cigno verde fanno anche il punto su quelli che sono stati, nell’ottica legambientina, i giusti “si” alle opere necessarie alla mitigazione del rischio idrogeologico in Italia. Quelli che l’associazione – attraverso la capillare azione dei propri circoli territoriali – ha difeso o ha provato a migliorare: dalla messa in sicurezza dell’Arno nel 2008 alla cassa di espansione sul Panaro nel luglio del 2014 alla cassa di espansione del torrente Baganza nel 2014, di Roffia e San Miniato nel 2015, del Senio del 2021; le richieste nel messinese nel dicembre 2022; le otto opere necessarie nel pistoiese nel 2023.

Tra le buone pratiche spiccano inoltre il programma di depavimentazione avviato a Milano, partendo da un’analisi delle aree impermeabili esistenti e delle progettualità in corso; a Treviso un importante intervento di riqualificazione idraulica e riapertura ha riguardato il “Canale delle Convertite”. E ancora, tra gli esempi di interventi per mitigare il rischio di alluvione vi è quello realizzato nel Parco del Mensola, a nord est di Firenze. Uno spazio verde caratterizzato dalla presenza del torrente Mensola e che grazie a un sistema di casse di espansione, esteso per oltre 18 ettari, è stato adattato ai crescenti rischi di alluvione, tutelando anche gli aspetti naturalistici (i lavori, per un costo totale di 11,7 milioni di euro, hanno incluso un percorso ciclopedonale).

Infine una chiosa sui giusti “no”, contro quelle opere inadatte a fronteggiare le criticità, accompagnate da proposte alternative: si va dalle critiche e le proposte migliorative per il Carrione (marzo 2021), al no alle casse di espansione sul Piave (settembre 2021).

A cura di Luca Aterini, direttore di GreenReport.it

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