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Nei mari ci sono sempre meno pesci, stock ittici a rischio per sovrasfruttamento e cambiamento climatico

Precipita anche la qualità delle proteine contenute nelle carni. Gli scienziati: “Entro il 2100 le percentuali di calcio, ferro, acidi grassi, omega3 e proteine saranno dimezzate”

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Foto Shutterstock
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Negli immensi oceani terrestri c’è sempre meno pesce. L’allarme non è certamente nuovo, ma la situazione si aggrava di anno in anno e ora, uno studio condotto dai ricercatori William W. L. Cheung e Daniel Pauly (Università British Columbia - Canada), e dal collega Reg Watson (University of Tasmania - Australia), sembra voler descrivere con precisione la situazione. Con la crescita esponenziale della popolazione mondiale, e gli ormai evidenti cambiamenti climatici, gli stock ittici sono sottoposti a una pressione fortissima, che ne compromette la disponibilità futura. Ogni giorno, oltre 3 miliardi di persone si sostengono consumando pesce. Nella dieta tipica di molti Paesi, infatti, questo “alimento” rappresenta circa il 20 per cento delle proteine introdotte. La pesca, sempre più intensiva e di certo non sostenibile, sta dunque causando una pressione mai registrata prima sugli stock ittici.

Soprattutto nei paesi a basso reddito, la popolazione reclama il diritto all’accesso a cibo nutriente, ma questo si scontra con la minore disponibilità della risorsa, spesso “depredata” per soddisfare la clientela dei paesi più ricchi. Anche i cambiamenti climatici influiscono sulla disponibilità dei pesci. La stragrande maggioranza delle specie ittiche risente infatti del riscaldamento degli oceani, e per limitare i disagi cerca rifugio nelle acque più profonde.

Tutto questo si traduce in una difficoltà oggettiva nel riuscire a catturare le specie commercialmente più apprezzate, ma anche nella qualità nutrizionale delle carni, in progressivo (drastico) peggioramento dal 1990. Calcio, ferro, acidi grassi, omega3 e proteine presenti nei pesci sono sempre meno abbondanti e, da qui alla fine del secolo, diminuiranno in media del 30/50 per cento.

E chi guarda agli allevamenti come soluzione al problema ripone male la propria fiducia. Il riscaldamento delle acque influenza negativamente anche la vita dei pesci allevati in acquacoltura. Lo studio, intitolato “Signature of ocean warming in global fisheries catch” è stato pubblicato sulle pagine della prestigiosa rivista scientifica Nature e sottolinea la necessità di sviluppare piani di adattamento per mitigare questi effetti che possono avere – e quasi di certo avranno - ricadute importanti a danno delle popolazioni costiere.

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