1.800 impianti di recupero materiali inerti a rischio chiusura, il paradosso dell’End of waste

La soluzione è nelle mani del Mite, che dovrebbe cambiare il decreto. L’attuale normativa potrebbe bloccare del tutto l’economia circolare di settore

Foto Shutterstock
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di GreenReport.it

Lo schema di decreto sull’End of waste dei rifiuti da costruzione e demolizione - ovvero il flusso di rifiuti di gran lunga più ingente nel nostro Paese - è stato elaborato dal ministero della Transizione ecologica, che l’ha inviato a marzo alla Commissione europea: entro oggi dovrebbe vedere la luce, in linea con quanto previsto nel Pnrr, ma il paradosso è che potrebbe bloccare del tutto l’economia circolare di settore, già oggi in difficoltà in termini di reimpiego effettivo dei materiali. «Se non si porrà rimedio tempestivamente a quanto oggi previsto nello schema di decreto inviato alla Commissione europea, da gennaio del prossimo anno gli impianti del settore resteranno chiusi e si bloccheranno le attività di riciclo e di riutilizzo in tutta la filiera», spiegano in una nota congiunta tre associazioni d’impresa attive nel settore (Anpar, Anepla, Nadeco).

Le associazioni spiegano che a determinare la situazione di allarme sono soprattutto i criteri dei controlli da effettuare sui prodotti delle lavorazioni, indicati nelle tabelle allegate al decreto e in particolare i valori di concentrazione limite di solventi e idrocarburi policiclici aromatici (Ipa). La presenza negli aggregati di recupero di Ipa o del cromo esavalente è legata principalmente a costituenti dei rifiuti in ingresso al processo di recupero (che quindi si ritrovano necessariamente negli aggregati riciclati), come il conglomerato bituminoso o il cemento. I relativi limiti di concentrazione che verrebbero imposti dal nuovo Regolamento sono stati evidentemente ricavati dalla tabella relativa agli usi dei suoli sottoposti a bonifica destinati a zone residenziali o a verde: ma, anche qualora si intendesse impropriamente “assimilare” i prodotti riciclati ai suoli, questi valori non corrispondono affatto all’impiego prevalente degli aggregati riciclati, che sono utilizzati per oltre il 90% in opere infrastrutturali (in rilevati, sottofondi, etc). Anche volendo seguire la logica di assimilazione ai suoli, quindi, secondo le associazioni per tali usi dovrebbero essere fissati limiti molto più elevati, prendendo a riferimento la tabella relativa alle aree industriali / commerciali.

Un errore, argomentano le associazioni, che rischia di bloccare non solo la filiera del riciclo, ma anche quella delle costruzioni, da cui provengono i rifiuti in questione e a cui sono in parte destinati gli aggregati da recupero.

Applicando i limiti indicati nel decreto, infatti, i rifiuti provenienti dalla demolizione e dalla ristrutturazione degli edifici, pur sottoposti a corretto processo di riciclo, darebbero origine a prodotti non conformi al decreto End of waste e quindi non resterebbe che conferirli in discarica come rifiuti –  sempre ammesso che sul territorio siano disponibili sufficienti impianti di questo tipo – o peggio, abbandonati nell’ambiente. Non solo: come ciliegina sulla torta, il decreto inoltre esclude dai rifiuti in ingresso nel processo di riciclo l’imponente mole di macerie generate ad esempio dal sisma del 2016 in Abruzzo. «Una vera e propria beffa, dopo anni di attesa – sostengono le tre associazioni delle imprese del settore – Invitiamo il ministero a riaprire il confronto con gli operatori e a rivedere i limiti dei parametri individuati nelle tabelle al decreto, soprattutto in funzione della destinazione d’uso a cui i materiali che hanno cessato di essere rifiuti sono destinati, anche in linea con le scelte adottate da altri Paesi europei».

Di tempo per un’inversione di rotta ormai ne rimane pochissimo: il decreto atteso per oggi presenta norme transitorie che darebbero fiato al settore solo fino all’inizio del nuovo anno, quando il decreto entrerà ufficialmente in vigore. A inizio 2023 quindi i 1.800 impianti presenti sul territorio nazionale per il recupero dei rifiuti da costruzione e demolizione, non potendo produrre prodotti conformi a partire dagli inerti, sarebbero «di fatto costretti a cessare la propria attività».

A cura di GreenReport.it