Il golpe in Guinea sfila di mano alla Cina i grandi giacimenti di bauxite e ferro

Per i mal pensatori è in corso una guerra a distanza tra Cina e Stati Uniti, in lotta per l’incoronazione di superpotenza. Il capo dei golpisti, infatti, sarebbe stato addestrato in Francia e Israele, ma sarebbe anche un grande amico degli americani

Mamady Doumbouya (foto Ansa)
Mamady Doumbouya (foto Ansa)
TiscaliNews

Il tenente colonnello Mamady Doumbouya, capo dei golpisti che il 5 settembre hanno preso il potere in Guinea arrestando il contestato 83enne presidente Alpha Condé e sciogliendo governo e Parlamento si è impegnato a formare un governo di “unità nazionale” e ha subito cercato di rassicurare gli investitori stranieri che gli affari non saranno influenzati dalla transizione (indefinita) guidata dai militari ma l’incertezza politica scatenata dal colpo di Stato ha già fatto impennare i prezzi della bauxite, un minerale utilizzato per produrre alluminio.

Doumbouya ha promesso che «Sarà condotta una consultazione per definire il quadro principale della transizione, quindi verrà istituito un governo di unità nazionale per guidare la transizione» e che non ci sarà «alcuna caccia alle streghe per i membri dell’ex governo.

Al termine di questa fase di transizione, daremo il tono a una nuova era per la governance e lo sviluppo economico». Ma nessuno sa quanto durerà questa transizione né quando la Guinea potrà tornare a elezioni democratiche. Il leader golpista ha anche cercato di rassicurare gli investitori internazionali: «Posso assicurare ai partner commerciali ed economici che le attività continueranno normalmente nel Paese. Chiediamo alle compagnie minerarie di continuare le loro attività».

La Guinea, uno dei Paesi più poveri del mondo, ha tra le più grandi riserve minerarie conosciute al mondo. Mentre il colpo di Stato ha spaventato i mercati, non è stata segnalata nessuna carenza di approvvigionamento post-golpe.

Ma ad essere preoccupata del putsch di Doumbouya sembra essere soprattutto la Cina, tanto che, durante una conferenza stampa tenutasi il 6 settembre, il portavoce del ministero degli esteri cinese, Wang Wenbin ha affermato che «La Cina è contraria al colpo di Stato e chiede l’immediato rilascio del presidente Alpha Condé» e ha auspicato che «Tutte le parti risolvano le questioni rimaste aperte attraverso il dialogo e il negoziato, e salvaguardino la pace e la stabilità in Guinea». Una posizione davvero inusuale, visto che Pechino non si intromette mai negli affari interni dei Paesi con i quali fa affari e che collabora da sempore con i peggiori regimi e i dittatori più sanguinari.

La stampa cinese sta dando grande e preoccupato rilievo a quel che succede in un piccolo Paese che ha una popolazione che è la metà di quella della conurbazione di Pechino  e  il Global Times scrive che «Un colpo di stato militare ha gettato un’ombra di incertezza sulla situazione economica e commerciale in Guinea e diversi rappresentanti delle imprese e società cinesi hanno assistito a chiusure, ma stanno mantenendo un atteggiamento attendista sul futuro delle loro attività nello Stato dell’Africa occidentale». Il giornale internazionale del regime di Pechino ricorda che «Le imprese cinesi sono state tra i più attivi partecipanti e sostenitori dello sviluppo economico e commerciale del Paese, con attività che vanno dalle miniere ai porti, alle centrali idroelettriche e alla pesca».

Un funzionario dell’ufficio economico e commerciale dell’ambasciata cinese in Guinea ha dichiarato al Global Times che «Ora il Paese ha istituito un comitato di transizione, con l’ex vice capo di ciascun ministero temporaneamente in carica, e a livello di governo, c’è stato un impatto limitato sulle imprese cinesi». Ma ha avvertito sui «Possibili effetti negativi che il colpo di Stato potrebbe avere sugli investimenti cinesi esistenti e futuri, inclusa la possibilità per il nuovo governo cerchi di rivedere i contratti e i termini firmati, inclusa la diluizione delle azioni detenute dagli investitori cinesi. Tutte le aziende dovrebbero avere piani di emergenza, migliorare la consapevolezza della sicurezza e garantire la sicurezza del personale e delle proprietà, monitorando attivamente i requisiti del nuovo governo per le società minerarie».

Gli analisti cinesi hanno pochi dubbi: «Il colpo di Stato in Guinea metterà alla prova la capacità della Cina di proteggere i suoi interessi all’estero, poiché la seconda economia più grande del mondo riversa quantità crescenti di risorse in Africa, che nel 2019  ammontavano a 110 miliardi di dollari». I progetti cinesi in Guinea puntavano a ridurre la dipendenza della Cina dal minerale importato dall’Australia e ora a Pechino temono che i golpisti la facciano pagare ai cinesi per lo stretto rapporto con il precedente regime. La Guinea svolge un ruolo vitale nel rifornire l’industria della fabbrica del mondo: circa il 50% di tutta la bauxite importata dalla Cina viene dal Paese africano e la bauxite è la materia prima per l’alluminio, il metallo non ferroso più utilizzato in una lunga lista di prodotti che vanno dagli iPhone agli aeroplani, dalle auto ai mobili. La Cina è il più grande produttore e consumatore mondiale di alluminio e nel 2020 ha importato 52,7 milioni di tonnellate di bauxite dalla Guinea dove 14 aziende cinesi, statali e private, sono coinvolte nella produzione di bauxite/alluminio.

La Cina è molto preoccupata per quello che può succedere al famoso progetto Simandou, il più grande giacimento di minerale di ferro non sfruttato al mondo, al quale i cinesi – proprio grazie al deposto Condé  – stavano lavorando in partnership con multinazionali occidentali. Si tratta di oltre 10 miliardi di tonnellate di minerale di ferro di alta qualità e le aziende cinesi hanno investito molto in questo gigantesco progetto minerario. Il 10 giugno 2020, il consorzio SMB-Winning costituito congiuntamente da Winning International Group, Yantai Port Group, Shandong Weiqiao Venture e Guinea United Mining Supply Group ha firmato ufficialmente un accordo con il governo della Guinea, acquisendo i diritti minerari di due blocchi nel nord di Simandou per un valore di 14 miliardi di dollari.

Wang Guoqing, direttore ricerca al Beijing Lange Steel Information Research Center, ha detto al Global Times che  «Da quando il progetto cinese del minerale di ferro Simandou è stato firmato con il precedente governo della Guinea, l’investimento strategico della Cina nel minerale di ferro di Simandou potrebbe affrontare alcuni rischi e l’entità del questi rischi devono essere ulteriormente esaminati sulla base della posizione del nuovo governo».

La Cina non si fida di Doumbouya perché dopo il golpe sono venuti subito a galla i legami del tenente colonnello con gli Stati Uniti e  a Pechino si ipotizza che che dietro il golpe ci sia proprio Washington, anche se il Dipartimento di Stato Usa ha subito condannato il golpe dicendo che «Ha minato gli sforzi per portare la Guinea verso l’unità nazionale e un futuro più luminoso». Anche il ministero degli esteri della Russia (altro gigante della bauxite) ha condannato il «cambio di potere non costituzionale».

Chi è Mamady Doumbouyalo lo spiega Jeune Afrique: «Ex legionario francese, tornato in Guinea appena tre anni fa, era riuscito a ottenere la fiducia di Alpha Condé, contro il quale si è ribellato. Il capo del Groupement des forces spéciales è appena diventato un golpista e si è autoproclamato il nuovo uomo forte della Guinea». Doumbouyalo, accolto da una folla festante e avvolto dalla bandiera verde, gialla e rossa della Guinea ha promesso: «Non affideremo più la politica a un uomo, la affideremo alla gente. Ci sono stati tanti morti per niente, tanti feriti, tante lacrime per la cattiva gestione, la corruzione e il malgoverno che hanno regnato fino ad ora in Guinea. Le istituzioni sono sospese, sarà scritta una nuova Costituzione e il Comité national du rassemblement et du développement (CNRD) è ora l’organo che governa la transizione. La Guinea è bella: non dobbiamo più violarla. Dobbiamo solo fare l’amore con lei».

Peccato che i precedenti governi militari golpisti siano stati peggiori e ancora più corrotti di quelli civili e che abbiano contribuito a impoverire e depredare un Paese poverissimo che potrebbe essere ricchissimo.

In Guinea l’opposizione è ora in attesa del rilascio dei suoi attivisti arrestati durante le manifestazioni contro il terzo mandato di Alpha Condé e ieri i golpisti si sono impegnati  ad accelerare la liberazione di esponenti del Front national pour la défense de la Constitution (FNDC – liberale), come l’attivista Oumar Sylla, alias Foniké Mengué. Ma nelle galere di Condé ci sono anche presidenti di partiti di opposizione di sinistra e leader di movimenti progressisti, Ieri, di fronte ad alcuni carceri ci sono stati scontri tra polizia manifestanti che chiedevano il rispetto della Costituzione (che i golpisti hanno abolito) e quindi la liberazione dei prigionieri politici.

Tom Fowdy, un analista britannico di politica e relazioni internazionali ed esperto di Asia orientale, scrive su RT: «La condanna del golpe da parte della Cina è una mossa del tutto insolita da parte di Pechino, visto che ha spesso mantenuto il principio di “non interferenza” nei confronti degli Stati africani, e mostra come il Paese sia per lei di pari importanza strategica. E’ troppo presto per confermare se ci sono motivazioni politiche esterne dietro il colpo di Stato, ma i social media sono pieni di osservazioni sulla fedeltà di Doumbouya. È un ufficiale militare d’élite che è stato addestrato da Israele e ha prestato servizio nella Legione straniera francese; sua moglie ha continuato a prestare servizio nelle forze dell’ordine francesi. Anche una foto del suo incontro con l’US Africa command è diventata virale, portando molti a presumere che questo potrebbe essere stato un colpo di stato militare “sostenuto dall’Occidente”, appoggiato da organizzazioni come come la CIA. Tuttavia, almeno su una base diplomatica superficiale, il Dipartimento di Stato Usa e l’Unione Europea hanno denunciato il colpo di stato, chiedendo il ripristino della democrazia nel Paese, ma è improbabile che questo risolva i dubbi di molti. Né annulla le enormi poste geopolitiche riguardanti l’esito del Golpe in questo Paese, che negli anni precedenti – prima dell’era della competizione Usa-Cina – sarebbero state ignorate».

Per Zeng Aiping, ricercatore del China Institute of International Studies, «Il background di formazione statunitense e francese di Doumbouya da solo non dimostra che sia filoamericano, né dice nulla sulla sua futura inclinazione politica». Ma ha avvertito di «Prestare attenzione a potenziali interventi stranieri che potrebbero peggiorare la situazione».

In un’intervista al Global Times, He Wenping, direttore della sezione di studi africani presso l’Istituto di studi sull’Asia occidentale e sull’Africa dell’Accademia cinese delle scienze sociali, evidenzia che «La Cina è pienamente consapevole della vacillante situazione politica nella regione e ha esperienza nella gestione di questo tipo di cambiamento a sorpresa. E’ difficile prevedere quanto sarà influenzata la Cina, perché le attività della Cina nel Paese non sono state coinvolte con la politica locale. Se i leader militari non vogliono danni all’economia del loro Paese, non c’è motivo per loro di creare problemi con la Cina. La situazione in Guinea mostra che i colpi di Stato militari sono ancora comuni in alcune parti dell’Africa e che il sistema democratico occidentale non è riuscito a migliorare la modernizzazione politica tra quelle ex colonie occidentali nel continente. Il problema alla base di questa turbolenza è che la pandemia di Covid-19 ha gravemente danneggiato lo sviluppo economico nella regione e causato povertà. Quello  a cui la Cina deve prestare attenzione è che l’instabilità, i conflitti e la povertà renderanno la regione un focolaio di terrorismo, e la Cina ha bisogno di proteggere i suoi interessi e il suo personale lì».

Fowdy ricorda che «La Cina ha recentemente ampliato le sue ambizioni minerarie in tutto il continente africano, cercando di assicurarsi accordi per scavare nuove miniere in Algeria , Sierra Leone, Repubblica democratica del Congo e Guinea. In quanto tale, un colpo di stato militare da parte di un leader filo-occidentale crea grossi grattacapi a Pechino, perché pone enormi rischi alla sua catena di approvvigionamento, produzione e ambizioni strategiche e la mantiene dipendente dall’Australia. Per questo Pechino in particolare ha compiuto il raro passo di prendere posizione negli “affari interni” di un Paese africano, e ha avanzato richieste di stabilità e di liberazione del suo leader. Ancora una volta, è troppo presto per dire con certezza cosa accadrà dopo (ci sono stati quattro colpi di stato o tentati in Africa occidentale in poco più di un anno), ma la Cina comunque detesta l’instabilità, soprattutto quando sono a rischio i suoi interessi strategici».

Alcuni studiosi cinesi ritengono che gli Usa abbiano cercato di fare pressione sulle nazioni africane per quanto riguarda la Cina e l’estrazione mineraria.

Fowdy conclude: La cosiddetta nuova “guerra fredda” è una corsa al dominio strategico delle merci tra Cina e Occidente. La Cina ha a lungo avuto il sopravvento nei rapporti con i Paesi africani, ma non va mai dimenticato che in Africa occidentale, la Francia, ex colonizzatore, rimane l'”egemone invisibile”, con un potere militare e fiscale unico su questi Paesi. Ci sono anche prove crescenti che l’Occidente ha fatto dell’estrazione di materie prime chiave una priorità strategica per quanto riguarda la Cina, come cercare di tenere Pechino fuori dalle miniere nella regione artica. Quindi. qui non si può ancora escludere nulla».

A cura di GreenReport.it