Dissalatori per resistere ai cambiamenti climatici

L’intensificarsi degli effetti dei cambiamenti climatici potrebbe causare una significativa riduzione della disponibilità di risorse idriche, fino al 40 per cento a livello nazionale e fino al 90 per cento per il Sud Italia nel lungo termine

Foto Althesys
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di GreenReport.it

Secondo Althesys, una società professionale indipendente specializzata nella consulenza strategica e nello sviluppo di conoscenza, e Water Strategy, un think tank che si occupa dell’industria idrica, «La siccità sta diventando la prossima emergenza per il nostro Paese: l’intensificarsi degli effetti dei cambiamenti climatici potrebbe causare una significativa riduzione della disponibilità di risorse idriche, fino al 40% a livello nazionale e fino al 90% per il Sud Italia nel lungo termine (fonte Ispra). A livello globale, le Nazioni Unite denunciano che la mancanza d’acqua riguarda oggi ben 2 miliardi di persone, con il rischio di un aumento della domanda idrica con l’intensificarsi degli effetti dei cambiamenti climatici. In mezzo secolo, il nostro Paese ha perso 5 miliardi di metri cubi d’acqua e affronta un rischio di desertificazione che cresce di anno in anno».

Althesys e Water Strategy sono convinte che «Un aiuto nella gestione dello stress idrico può essere quello offerto dalle tecnologie di dissalazione, che permettono di disporre di volumi significativi di acqua dolce partendo da quella marina o salmastra».

E di dissalazione ne ha parlato a Catania Alessandro Marangoni, economista e ceo di Althesys, nel suo intervento al convegno “Dal mare l’acqua per resistere al climate change. Le opportunità della dissalazione e il riutilizzo delle acque in Italia” organizzato da Acciona, la multinazionale spagnola leader in infrastrutture per la dissalazione, e Althesys.  Per Marangoni, «Il potenziale della dissalazione è enorme, ed è favorito anche dalla riduzione dei suoi costi e dalla possibilità di sfruttare le energie rinnovabili. Il crescente impatto dei cambiamenti climatici, che sta aggravando fenomeni siccitosi e di desertificazione in alcune regioni, ne favoriranno lo sviluppo nei prossimi anni anche in Italia».

Infatti, negli ultimi anni i costi dei dissalatori sono fortemente diminuiti, grazie al progresso tecnologico. Althesys e Water Strategy sottolineano che «Ad oggi, i costi totali oscillano tra 0,6 e 1,6 dollari per metro cubo, ma gli impianti più performanti riescono a scendere fino a 0,50 dollari per metro cubo, un valore più che compatibile con le tariffe idriche di molte nazioni. I costi caleranno ancora grazie all’innovazione tecnologica e al know-how acquisito nel corso degli anni, che ha permesso un’ottimizzazione dei processi di costruzione, e al costo del capitale sempre più basso. La dissalazione può diventare così una componente dell’intero ciclo idrico integrato, che permette l’equilibrio del sistema di approvvigionamento nel suo complesso».

A differenza di quel che dice chi si oppone ai dissalatori, dal convegno catanese è emerso che «Un altro fattore da tenere in considerazione sono le ricadute ambientali della dissalazione in termini di sostenibilità di lungo periodo. I punti critici del processo sono gli elevati consumi energetici e lo smaltimento dei residui, e proprio su questi si stanno facendo significativi progressi. Il ricorso alle rinnovabili, in effetti, può costituire un punto di svolta, sia nel favorirne la sostenibilità, sia nel ridurne i costi operativi. Le rinnovabili oggi più usate per la dissalazione sono solare ed eolico, a volte combinate tra loro e con fonti tradizionali per assicurare continuità di funzionamento all’impianto. Di questi, il 40% usa il fotovoltaico, il 10% il solare termico, 20% l’eolico, mentre i rimanenti sono impianti ibridi che impiegano più fonti».

Un altro fattore che renderà sempre più importante la dissalazione è quello dell’approvvigionamento idrico nelle isole minori: «Investimenti in questo ambito potrebbero contribuire a fronteggiare la scarsità idrica, con consistenti risparmi di costi e impatti ambientali. Oggi si ricorre in vari casi a navi cisterne con costi assai elevati (13-15 euro al metro cubo) a carico delle Regioni e dello Stato, a fronte di un costo medio nazionale dell’acqua, escluse fognatura e depurazione, di circa 0,9 euro al metro cubo. Desalinizzare l’acqua è dunque più economico che trasportarla via mare fino al luogo di utilizzo: si stima un costo di 3-4 euro al metro cubo, pari a un terzo-quarto del trasporto via mare».

Althesys e Water Strategy concludono ricordando che «La produzione di acqua dissalata in Italia è oggi solo lo 0,1% del prelievo di acqua dolce. Lo sviluppo dei dissalatori è stato finora limitato ad impianti di dimensioni medio-piccole, che si trovano prevalentemente nelle isole minori di Sicilia, Toscana e Lazio. I principali ostacoli alla realizzazione sono costituiti dai lunghi processi di permitting, da opposizioni sociali e interessi contrapposti, che ne hanno finora ostacolato la diffusione. Per favorire lo sviluppo in Italia è necessario ridisegnare le politiche idriche, semplificando le autorizzazioni, rivedendo i modelli di realizzazione e gestione con un’unica regia, anche in vista del ricorso alle risorse del PNRR».

A cura di GreenReport.it