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Le città italiane devono prepararsi a ondate di calore più lunghe e frequenti

Ecco cosa accadrà nel nostro Paese con e senza politiche di mitigazione dei cambiamenti climatici

di Nature - Chiara Sabelli   
Foto Shutterstock
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L'estate del 2023 ha superato molti record di temperatura in Italia, ma alla fine del secolo potrebbe essere ricordata come un'estate mite. Secondo un'analisi pubblicata nel 2019 dal Copernicus Climate Change Service dell'Unione Europea, nel 2080 Roma potrebbe avere in media 28 giorni di ondate di calore se le emissioni di gas serra raggiungeranno il picco intorno alla metà del secolo, e 54 se invece continueranno a crescere, raddoppiando entro la fine del secolo. Milano avrà un andamento simile, con 30 giorni di ondate di calore se verranno adottate politiche di mitigazione del clima e 60 in caso contrario. Le ondate di calore sono già più lunghe e frequenti rispetto a qualche decennio fa. L'anno scorso a Roma ci sono stati 11 giorni di ondata di calore, circa il doppio di quanto registrato nel 2003, un anno particolarmente caldo.

Nel 2021 un gruppo guidato da Paola Mercogliano, climatologa del Centro Euro-Mediterraneo sui Cambiamenti Climatici (CMCC), ha ricostruito l'evoluzione del clima su una griglia di 2 chilometri negli ultimi 30 anni a Bologna, Milano, Napoli, Roma, Torino e Venezia. I risultati di questo lavoro hanno contribuito a un rapporto pubblicato dal CMCC sul rischio climatico nelle sei città italiane. Secondo il rapporto, ciascuno degli ultimi nove anni è stato l'anno più caldo osservato dal 1990 in tutte le città. "Trent'anni è la finestra temporale minima per distinguere tra la normale variabilità del clima e il cambiamento climatico", spiega la scienziata. È aumentato anche il numero di notti con temperature superiori ai 20°C, le cosiddette notti tropicali. "Mentre le proiezioni sul livello delle precipitazioni sono affette da maggiori incertezze, i modelli climatici sono molto più accurati per quanto riguarda le temperature", spiega Mercogliano. "Le prove sono robuste, le città devono pianificare di conseguenza. Alcune di esse lo stanno facendo da diversi anni, altre devono recuperare il tempo perduto", conclude.

Un messaggio simile arriva da uno studio preliminare appena pubblicato dal gruppo di scienziati della collaborazione World Weather Attribution. Lo studio, che non è ancora stato sottoposto al processo di peer-review, ha preso in considerazione l'ondata di calore che ha colpito l'Europa meridionale tra il 12 e il 18 luglio e indica che senza le emissioni di gas serra di origine antropica sarebbe stata almeno 1.000 volte meno probabile. Inoltre, gli scienziati hanno concluso che questo tipo di eventi non sono affatto rari nel clima attuale, avendo un periodo di ritorno di 10 anni. Se il riscaldamento globale raggiungerà i 2°C, diventeranno ancora più comuni, con un periodo di ritorno tra 2 e 5 anni. Dal 2008, tutte le sei città del rapporto CMCC hanno aderito al Patto europeo dei sindaci per il clima e l'energia. Il patto prevede l'approvazione di un Piano d'azione per l'energia sostenibile e il clima, che illustra nel dettaglio gli interventi che la città intende mettere in atto per ridurre le emissioni (di almeno il 40% entro il 2030) e adattarsi agli effetti del cambiamento climatico. Per alcune città il piano è stato un'opportunità per mappare i rischi posti dai cambiamenti climatici, in particolare il caldo e le forti precipitazioni. Bologna e Torino hanno le due strategie di valutazione del rischio più avanzate e sono considerate esempi anche a livello internazionale.

Altre città si sono affidate maggiormente al supporto e alla collaborazione di istituti di ricerca e agenzie pubbliche, come nel caso di Roma.

"A gennaio di quest'anno abbiamo firmato due accordi con il CMCC e l'ISPRA (Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale) per condurre studi sullo stress idrologico e sull'aumento delle temperature che informeranno la strategia di adattamento che stiamo per pubblicare", spiega Edoardo Zanchini, a capo dell'Ufficio Clima del Comune di Roma. "La collaborazione con gli istituti di ricerca ci permetterà di ottimizzare l'allocazione delle risorse", spiega Zanchini.

Questo sta già accadendo per l'iniziativa di forestazione urbana, finanziata dal programma Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza, che prevede la piantumazione di circa 560.000 alberi a Roma entro il 2026. Nel 2015 uno studio dell'Università Roma Tre e dell'ENEA ha rilevato che la zona est della città è la più vulnerabile agli impatti dei cambiamenti climatici. "In quella zona ci sono meno aree verdi e le condizioni socioeconomiche sono peggiori, limitando l'accesso all'aria condizionata. Inizieremo da lì". Tuttavia, nessuno dei 130.000 alberi previsti per il 2022 è stato ancora piantato. Altre grandi città italiane non stando andando meglio sulle iniziative di forestazione, come evidenziato da una recente analisi della fondazione Openpolis.

Chiara Sabelli - Nature

di Nature - Chiara Sabelli   
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