Sardegna, l'isola dove la vita dura di più tra cibi sani e ambiente pulito. Parlano i ricercatori

La Sardegna è una delle zone blu del pianeta

Non è una trovata per dare gambe a chissà quale progetto di marketing territoriale. La Sardegna è davvero uno di quei luoghi dove la vita è mediamente più lunga. A dirlo è anche la scienza. Solo in alcune aree del nostro Pianeta, le cosiddette zone blu, sono presenti delle comunità con una spettanza di vita maggiore rispetto alla media globale: Okinawa, posizionata nell’arcipelago giapponese delle Ryūkyū; Loma Linda, in California; Nicoya, in Costa Rica; Icaria, una delle isole greche del Mare Egeo; e infine la Sardegna, rappresentata dalle zone della Barbagia (tra queste Ogliastra), di Nuoro e Seulo. A identificare queste aree pregiate sono stati Gianni Pes e Michel Poulain, che, attraverso uno studio, hanno identificato dei punti in comune tra quelle realtà geograficamente lontane ma particolarmente vicine in termini di benessere e salute.

Una delle caratteristiche che le accomuna è rappresentata da uno stile di vita sano, ma alcuni ricercatori hanno cercato di andare a fondo a questo fenomeno più unico che raro. La prima è stata una ricerca effettuata dal Dipartimento di medicina specialistica, diagnostica e sperimentale dell’Università di Bologna, che, insieme al Consiglio Nazionale delle ricerche, ha identificato nel microbiota intestinale (l’insieme dei microrganismi che si sviluppano e popolano il nostro apparato digerente) come uno dei fattori benefici per il nostro organismo. Non solo sono degli ottimi sistemi di difesa dagli agenti patogeni, ma sono capaci anche di trasformare molecole complesse restituendole al nostro corpo permettendone l’utilizzo. Gli acidi grassi a catena corta, ad esempio, sono essenziali per impedire l’infiammazione che sta alla base della trasformazione delle cellule tumorali.

 

 

«La longevità – sostiene la ricercatrice Elena Biagi dell’Università di Bologna, tra le autrici di questa ricerca – è un tratto complesso in cui giocano un ruolo chiave la genetica, l’ambiente e il caso. Influenzando molteplici aspetti della fisiologia umana, come il corretto funzionamento del sistema immunitario e del metabolismo energetico, il microbiota intestinale può rappresentare un tassello importante nel definire come e quanto un essere umano può invecchiare mantenendosi in buona salute».

Allo stesso tempo, tuttavia, il microbiota può essere controproducente per il corpo se non si adotta un’alimentazione sana e completa di ogni tipo di nutriente per il nostro fabbisogno energetico. Come può essere un nostro alleato, il microbiota, perdendo il suo equilibrio interno, può portare all’obesità e, di conseguenza, incrementare il rischio di contrarre malattie croniche.

In questo studio (che nel 2016 ha preso come campione persone giovani, adulte, e soggetti semi e super centenari), è stato dimostrato che con il passare degli anni l’apparato digerente subisce una diminuzione di alcune specie di microrganismi, aumentando la colonizzazione da parte di specie opportunistiche, e diminuendo la produzione di acidi grassi a catena corta. Con l’avanzare dell’età, lo stile di vita, influenzato soprattutto dalla nutrizione e dall’attività fisica, può essere tra i fattori decisivi di questa trasformazione dell’organismo.

Ciò che invece colpisce della ricerca è che nei soggetti più longevi l’equilibrio intestinale viene ricostituito ogni volta che avvengono queste mutazioni, anche se è ancora complicato stabilire quali fattori sono causati dall’avanzamento dell’età, e quali invece sono determinati dalla provenienza degli individui presi in esame.

Su questo ultimo aspetto dal 2017 se ne sta occupando La Comunità Mondiale della Longevità insieme ad alcuni ricercatori dell’Università di Cagliari. «Dati recenti hanno individuato una sorta di firma di estrema longevità nella alta frequenza del genere “Eubacterium limosum” nei centenari studiati – sostiene Roberto Pili, il Presidente della Comunità Mondiale della Longevità – È ormai consolidato che la Sardegna è una delle zone blu del pianeta per l’alta prevalenza di centenari, caratteristicamente e insolitamente di sesso maschile. Queste evidenze rendono il Microbiota un candidato ideale per ulteriori studi sui markers dell’invecchiamento e le patologie correlate con l’età, le disabilità e la mortalità».

Il dottor Pili, in un’intervista andata in onda nella trasmissione Geo di Rai 3, dichiara inoltre che il corpo è programmato per raggiungere un massimo di 125 anni di età, 5 volte il ciclo di vita dei fibroblasti, le cellule che appartengono al tessuto connettivo. Per raggiungere questo obiettivo, il metabolismo deve tenere conto non solo della linea genetica ma anche della situazione ambientale dell’individuo preso in esame. La Sardegna, insieme alle altre zone blu, offre dunque una condizione di vita ottimale alla popolazione autoctona. Se per il 25% è il fattore genetico a incidere sulla longevità dei soggetti, il restante 75% è invece determinato dallo stile di vita dei sardi, soprattutto di quelli situati nelle piccole comunità che ancora oggi persistono. Dal punto di vista sociale, i legami e le relazioni mantengono praticamente intatto il ruolo attivo dell’anziano, che non viene dunque relegato ai margini, ma, al contrario, rimane al centro della vita pubblica e privata. La dieta, inoltre, è fondamentale soprattutto per l’utilizzo di ingredienti tipici di quell’area geografica. Di conseguenza, come sostiene il dott. Pili, è come se l’organismo riesca a dialogare con questi alimenti, rispondendo correttamente al loro metabolismo. Infine, l’attività fisica rappresenta la vetta per una vita sana, grazie alla quale si riesce a mettere in moto l’intero apparato locomotore, spendendo le calorie utili al nostro corpo e mantenendo l’equilibrio del sistema immunitario.