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Tutti i danni del fast fashion: la produzione dei capi da pochi euro rovina l'ambiente. Ecco perché

È il lato oscuro della moda usa e getta, quella che dura meno di una stagione, e che devasta gli ecosistemi e le persone

Tessa Gelisiodi Tessa Gelisio   
Tutti i danni del fast fashion: la produzione dei capi da pochi euro rovina l'ambiente. Ecco perché

Quanto costa davvero quell’abito acquistato a pochi ero sui circuiti della fast fashion? Troppo, se si considerano i danni ambientali e sociali che questo mercato in forte espansione sta causando. È il lato oscuro della moda usa e getta, quella che dura meno di una stagione, e che devasta gli ecosistemi e le persone. Secondo il British Fashion Council, se tutto il mondo interrompesse oggi la produzione di abiti, avremmo a disposizione indumenti e scarpe per vestire le prossime sei generazioni. Un dato che rende la misura di quanto si stia sovrapproducendo e, soprattutto, inquinando. Ma quali sono i problemi della fast fashion e come superarli?Per capire quanto la moda usa e getta stia impattando negativamente l’ambiente, ho deciso di analizzare il tema con tre diversi approfondimenti: i problemi relativi alla produzione, i danni della distribuzione dell’invenduto e le questioni relative al fine vita e allo smaltimento degli indumenti. In questo primo articolo, mi concentrerò appunto sulla produzione nella fast fashion.

Produrre abiti fast danneggia l’ambiente

Basta una manciata di euro per comprarsi oggi una maglia che, con molta probabilità, non supererà una stagione. Sia perché passerà presto di moda, sia perché i materiali con cui è stata prodotta sono talmente di bassa qualità che difficilmente supereranno la prova dei lavaggi ripetuti. È la moda usa e getta, che sta causando danni inestimabili già in fase di produzione.

Un fiume di vestiti in Bangladesh

Il Bangladesh rappresenta oggi uno dei principali fornitori della gran parte delle aziende che operano sulla fast fashion: i costi di produzione sono estremamente ridotti, e l’assenza di una forte regolamentazione ambientale, fanno gola a molti marchi di moda. Per stare al passo con collezioni che spesso durano meno di un mese, si generano però enormi danni ambientali:

 

  • ogni giorno, vengono scaricati nei fiumi locali migliaia di litri di sostanze chimiche inquinanti, dovuti alla lavorazione di fibre sintetiche;
  • si produce di più di quanto il mercato davvero chieda e tutto ciò che è in surplus, anziché essere riciclato o donato, viene gettato nell’ambiente.

Si tratta di migliaia di capi che ogni giorno vengono scaricati nell’ambiente, senza che mai possano raggiungere i negozi: sono già vecchi quando escono dalle linee di produzione, proprio per la velocità con cui vengono cambiate le collezioni sui più noti siti di moda a buon mercato, perciò passano direttamente dalle fabbriche all’ambiente.

“L’ultra fast-fashion dei brand che cambiano collezioni praticamente su base quotidiana – spiega Giuseppe Ungherese, giornalista e responsabile della Campagna Inquinamento di Greenpeace Italia – portano il modello insostenibile oltre i limiti già superati”.In una nazione che genera 44 miliardi di dollari l’anno in esportazione di indumenti, sui 52 miliardi totali di esportazioni, il peso della fast fashion è notevole. A Dacca, la capitale, il fiume Buriganga è ormai privo di pesci, poiché le acque hanno assunto una fitta colorazione nera, dovuta al mix letale tra metalli pesanti, microplastiche e solventi chimici. E alcune tratte del fiume sono letteralmente ricoperte da vestiti, il surplus di produzione che le aziende semplicemente scaricano nel corso d’acqua.

Così la produzione fast danneggia l’agricoltura

Lo scorso anno, la Bangladesh River Foundation ha condotto un’indagine per comprendere quante, delle aziende locali impegnate nella fast fashion, avessero installato sistemi di filtraggio e depurazione delle acque di scarico di produzione. Nonostante più di 556 degli impianti che si affacciano sul fiume Labandha abbiano dichiarato di essere in regola con le richieste del Dipartimento dell’Ambiente in tema di acque reflue, l’analisi delle acque mostra una realtà ben diversa.Dal campionamento del fiume Labandha e di altri 149 corsi d’acqua nello stesso distretto, sono stati trovati livelli allarmanti di inquinanti, anche di migliaia di volte superiori ai limiti imposti di legge. Muhammad Monir Hossain, a capo della Fondazione sopracitata, ha dichiarato che in molti punti “l’acqua ha il colore e la consistenza del catrame” e ciò sta danneggiando fortemente l’agricoltura locale. È diventato praticamente impossibile coltivare attorno a questi fiumi, poiché l’acqua non può essere utilizzata per irrigare, pena la perdita pressoché repentina di quanto piantato.

La produzione low cost danneggia la salute

Non solo inquinamento, la produzione di indumenti low-cost è anche dannosa per la nostra salute. Sia per la scarsità dei materiali utilizzati – fibre sintetiche che non permettono la corretta traspirazione della pelle – che per la presenza di sostanze tossiche ben oltre i limiti rispetto a quanto stabilito dalle rigide normative europee.

Indossiamo plastica e sostanze tossiche

Più del 60% di tutti gli indumenti oggi prodotti sono realizzati in fibre sintetiche, perlopiù polimeri derivati dalla plastica. In particolare, queste fibre vengono impiegate soprattutto dai produttori della fast fashion, poiché estremamente economiche ma, purtroppo, inquinanti. Gli indumenti sintetici, infatti:

 

  • sono difficili da smaltire e riciclare e, se abbandonati nell’ambiente, impiegano secoli per degradarsi completamente;
  • sono i principali responsabili del rilascio di microplastiche nell’ambiente, basti pensare che generano almeno 700.000 frammenti di plastica a ogni lavaggio.

Non è però tutto, poiché capita anche che i vestiti ultra-economici prodotti all’estero non rispettino i limiti UE sulle sostanze tossiche, nonostante le dichiarazioni dei produttori. Coloranti allergenici, formaldeide, pesticidi, solventi, perfluorurati (PFC) e sbiancanti chimici vengono spesso rilevati in elevate quantità sugli abiti a buon mercato.Greenpeace, in occasione del lancio della sua recente petizione contro la fast fashion, ha rilevato che spesso questi indumenti contengono sostanze tossiche fino a 600 volte i limiti di legge, in gran parte ftalati. Questi ultimi sono dei noti interferenti endocrini, con effetti nefasti sulla fertilità.

In definitiva, la produzione di abiti a buon mercato per il mercato della fast fashion sta danneggiando in modo irrimediabile l’ambiente e mette a rischio la nostra salute, aumentando la possibilità di soffrire di problematiche endocrine e di allergie. E questa è solo una parte del problema: nel prossimo articolo, vi parlerò del problema della distribuzione e dell’invenduto.

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Tessa Gelisiodi Tessa Gelisio   
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