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Ecco quale olio è più sano ma anche più sostenibile da usare in cucina: la classifica

Quando si parla di oli da cucina uno degli aspetti più importanti da prendere in considerazione è il loro impatto ambientale

Tessa Gelisiodi Tessa Gelisio   
Ecco quale olio è più sano ma anche più sostenibile da usare in cucina: la classifica

Quando si parla di oli da cucina, ci si concentra soprattutto sulle loro proprietà organolettiche o, ancora, sul loro impiego per le fritture. Eppure, uno degli aspetti più importanti da prendere in considerazione è il loro impatto ambientale. Ad esempio, qual olio è più sostenibile per le più comuni necessità culinarie?

Per capire quanto sia sostenibile un olio, bisogna prendere in considerazione numerosi fattori. Dalla modalità e il luogo di coltivazione della materia prima fino ai costi ambientali di produzione e distribuzione, sono diversi gli elementi che definiscono l’impatto di un olio sull’ambiente. Di seguito, ho raccolto per voi qualche informazione utile.

Oli e sostenibilità: i promossi

Come ho accennato in apertura, vi sono diversi elementi da prendere in considerazione quando si parla di oli da cucina più sostenibili. E l’analisi non può che partire da quei prodotti virtuosi, che abbinano sia un basso impatto sull’ambiente che ottime proprietà organolettiche per la salute.

Olio extravergine di oliva biologico

In linea generale, l’olio extravergine di oliva è un prodotto dalla buona sostenibilità, soprattutto se prodotto in Italia, dove è ancora radicata un’antica tradizione nella coltivazione degli ulivi. Tuttavia, per essere davvero sicuri di scegliere l’olio a minor impatto, è meglio orientarsi su alternative biologiche certificate.

L’olio extravergine di oliva biologico è infatti realizzato con olive coltivate in modo tradizionale, senza il ricorso a pesticidi e altre sostanze di sintesi, rispettando l’ecosistema in cui gli oliveti sono inseriti. Ancora, gli uliveti biologici sono pensati per ridurre il consumo d’acqua con l’irrigazione, favorendo la raccolta delle acque piovane e la naturale umidità del terreno. Inoltre, se si scelgono oli italiani, si riducono anche i relativi costi ambientali di trasporto e spedizione.C’è però un fatto ben più interessante: il ripristino degli oliveti italiani ed europei, tramite coltivazioni tradizionali e biologiche, è considerato un metodo efficace per rallentare l’avanzata dei cambiamenti climatici. Una pianta di ulivo in agricoltura biologica emette circa 1.4 chilogrammi di CO2 in produzione, ma ne assorbe quasi 11. Gli ulivi sono inoltre in grado di:

 

  • nutrire il terreno ed evitare il suo surriscaldamento;
  • favorire la biodiversità;
  • contrastare l’erosione del suolo.

Non si può però dire che l’olio extravergine biologico sia proposto a buon mercato, anche perché la produzione è decisamente più lenta e impegnativa rispetto ad altre alternative. Tuttavia, è la proposta migliore per l’ambiente e – soprattutto per le varietà spremute a freddo, ovvero estratte sotto ai 27 gradi per non deteriorare le proprietà dell’olio – anche per la salute.

Oli d’oliva non biologici italiani

Se non si ha la possibilità di approfittare di un olio extravergine d’oliva biologico, anche i più classici possono rappresentare una soluzione abbastanza sostenibile – almeno in relazione ad altri oli vegetali – purché prodotti in Italia.

Anche per le coltivazioni non biologiche, il ricorso a pesticidi o concimi di sintesi è abbastanza ridotto per gli oliveti italiani, anche perché si tratta di una pianta di sua natura mediamente resistente, fatta eccezione per quei luoghi purtroppo colpiti dalla distruttrice azione della xylella.

Bisogna però prestare attenzione al packaging – negli ultimi tempi stanno emergendo sul mercato oli d’oliva in bottiglie di plastica, per abbatterne i costi, una proposta ben poco sostenibile – e, come già accennato, preferendo prodotti realizzati solo con olive italiane. Spesso le alternative di bassa o ridotta qualità presentano materie prime provenienti da altri Paesi europei, dall’Africa o dal Sudamerica: ciò impone dei costi ambientali di trasporto non indifferenti.

Olio di semi di girasole biologico

Se si fosse alla ricerca di oli vegetali più economici per le proprie necessità in cucina, in termini di sostenibilità la scelta dovrebbe ricadere sull’olio di semi di girasole biologico. Rispetto ad altre alternative, la produzione di questo olio ha emissioni abbastanza contenute – circa 3.8 chilogrammi di CO2 emessa per litro prodotto – e l’impatto delle coltivazioni sugli habitat naturali non è eccessivamente devastante.

Bisogna però considerare che il girasole è una pianta dall’alta richiesta d’acqua e, per questa ragione, scegliere un olio biologico significa portare in tavola un prodotto dalle tecniche di coltivazione tali da minimizzare questa impronta idrica. Ancora, preferendo produttori italiani si riducono i costi di trasporto.

Oli e sostenibilità: i bocciati

Sempre più diffusi sul mercato, soprattutto per la loro economicità, vi sono degli oli che non risultano particolarmente amici dell’ambiente. Anche quando le emissioni per litro di prodotto sono ridotte, vi sono infatti altre problematiche: la deforestazione, le monocolture e l’impatto sulla biodiversità.

Olio di cocco

Nonostante un interessante profilo nutrizionale, l’olio di cocco potrebbe avere un impatto ambientale addirittura superiore a quello dell’olio di palma. Secondo i dati resi noti nel 2020 dall’International Union for the Conservation of Nature (IUCN), le coltivazioni intensive di palme da cocco stanno devastando il Sudest Asiatico, in particolare con la deforestazione dei tropici per far largo alle piantagioni intensive di cocco.

Addirittura, la produzione di olio di cocco minaccia la sopravvivenza di 20.2 specie animali per milioni di tonnellate di olio prodotto, contro i dati ben più esigui del rivale olio di palma, fermo a 3.8. Inoltre, l’impronta idrica è molto elevata e i costi ambientali di trasporto eccessivi.

Olio di palma

Per quanto l’olio di palma sia migliore di tante altre alternative in termini di emissioni – circa 2.9 chilogrammi di CO2 per ogni litro prodotto – danneggia l’ambiente in altro modo. Considerando come occupi il 35% del mercato mondiale degli oli vegetali, con una richiesta destinata a crescere nei prossimi anni, la sua produzione è causa di devastazione ambientale:

  • nel Sudest Asiatico, ad esempio, intere foreste sono state distrutte per far spazio alle monocolture di palma da olio;
  • l’olio di palma rappresenta la prima minaccia alla sopravvivenza di rare specie animali, come ad esempio gli oranghi;
  • la produzione africana, ad esempio in Costa d’Avorio, sta lentamente sostituendo altri tipi di coltivazioni, con danni economici importanti alle economie locali.

Esistono anche piantagioni di olio di palma biologico, tuttavia rimangono ancora ridotte e sparute rispetto alla produzione mondiale.

Olio di soia

li esperti non sembrano aver troppi dubbi: l’olio di soia rischia di diventare il nuovo olio di palma. Le coltivazioni si stanno allargando a dismisura nel Sud del mondo, dove la soia viene coltivata non tanto per la produzione di olio da cucina, quanto per ricavarne biocarburanti e anche mangimi per animali. Tuttavia, spesso queste produzioni sono congiunte, con un impatto sull’ambiente davvero enorme.

Ad esempio, la coltivazione di soia è la prima causa di deforestazione delle foreste umide tropicali del Borneo, dell’Africa e dell’Amazzonia, con quella della produzione di legname. Si stima che le foreste perdute a causa della monocoltura di questo prodotto abbiano portato al mancato assorbimento di 38 milioni di tonnellate di CO2 l’anno, il tutto a svantaggio della lotta contro i cambiamenti climatici.

Altri oli: come orientarsi

E come orientarsi con gli altri oli disponibili sul mercato, come l’olio di semi di lino, quello di arachidi o di semi di mais? Poiché la richiesta di questi oli è meno diffusa a livello mondiale, non sono disponibili grandi dati sul loro impatto ambientale. In linea generale, si tratta di coltivazioni a medio o basso impatto in termini di gas climalteranti, con un consumo di suolo non eccessivo, tanto da non avere un influsso massiccio in termini di deforestazione. Almeno in Europa, poiché la deforestazione avviene principalmente nelle aree tropicali, dove però sono più richiesti altri tipi di oli.Si può quindi procedere preferendo sempre coltivazioni biologiche – le più sostenibili a livello ambientale – e da produzioni locali, o almeno europee, così da ridurre i costi di trasporto.

In definitiva, l’olio che portiamo in tavola non è importante solo per la nostra salute, ma anche e soprattutto per l’ambiente: scegliamolo, di conseguenza, con grande attenzione!

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Tessa Gelisiodi Tessa Gelisio   
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