“Per un pugno di gamberi”

“Per un pugno di gamberi”

Deforestazione, erosione costiera e villaggi sommersi: il fotoracconto di Elisabetta Zavoli

Banten, Giava, Indonesia, 2016. ©ElisabettaZavoli

Quello in copertina è il pugno di Kasrudin, pescatore ed allevatore di gamberetti del villaggio costiero di Sawah Luhur, a Giava, che tiene una manciata di gamberetti tropicali della specie Penaeus Vannamei, appena pescati.  

Credo che questa sia l’immagine più evocativa del bellissimo reportage fotografico che Elisabetta Zavoli, fotografa documentarista riminese, ha fatto in Indonesia, il Paese asiatico che ospita circa un quarto di tutte le foreste di mangrovia del mondo, ecosistemi unici che si stanno progressivamente perdendo per mano dell’uomo. Fino a un secolo fa lungo le coste dell’Indonesia si susseguivano 4,2 milioni di ettari di foreste di mangrovie: negli ultimi 25 anni si sono ridotte del 50% (fino ad arrivare al 70% in meno sull’isola di Giava) – “Una perdita dovuta in gran parte all’acquacoltura intensiva. In alcune aree dove la coltura di pesci e gamberetti è più sviluppata, il terreno è inaridito e l’acqua dei laghi di allevamento è come morta” racconta la fotogiornalista. Questo è lo scenario che ha voluto raccontare con il progetto “Per un pugno di gamberi”, nato nel 2012, quando Elisabetta Zavoli si è trasferita a Jakarta, in Indonesia, e dove ha vissuto per i successivi sei anni: “Quando arrivi in un paese straniero la prima cosa che fai è orientarti, imparare la lingua e leggere notizie locali per trovare storie del luogo da raccontare. Nell’agosto del 2012 mi sono imbattuta in un articolo su un quotidiano nazionale che parlava di Blue Carbon Ecosystems, letteralmente “ecosistemi di carbonio blu” termine che sta ad indicare la sostanza organica immagazzinata negli ecosistemi marini e costieri come le praterie sottomarine, le paludi salmastre e le foreste di mangrovia che sono tra i serbatoi di sostanza organica più efficienti della Terra, capaci di assorbire fino a quattro volte più carbonio delle foreste tropicali e di proteggere le coste dall’erosione marina”.  

Vista aerea della valle costiera del villaggio di Sawah Luhur dove sono stati scavati i laghi di allevamento dei gamberetti fin dalla fine degli anni ’80. Quasi tutte le foreste di mangrovie costiere di Giava e Sumatra sono stata tagliate per fare spazio ai laghi salmastri di allevamento per gamberetti e pesci. 

Banten, Giava, Indonesia, 2016. ©ElisabettaZavoli

L’Indonesia è un luogo meraviglioso che offre tantissimo dal punto di vista ambientale, nel bene e nel male – continua Elisabetta Zavoli – ho deciso quindi di fare un lavoro approfondito su quanto i cambiamenti climatici stessero modificando radicalmente quella zona del mondo e in particolare sul perché ci fosse un così alto tasso di deforestazione di mangrovie. Visitando i luoghi dell’Isola di Giava maggiormente colpiti dal disboscamento, parlando con le Ong e i pescatori locali mi sono imbattuta nella sua causa primaria: l’acquacoltura intensiva di gamberi tropicali. Un’attività che sta devastando interi ecosistemi per fare spazio a invasi di acqua salmastra per l’allevamento di prodotti ittici e gamberetti destinati alle tavole europee e di tutto il mondo”. 

Secondo quanto racconta Elisabetta Zavoli, sono bastati 15 anni per far sprofondare interi villaggi costieri sull’Isola di Giava. Il tempo di radere al suolo la foresta di mangrovie che circondava il villaggio di pescatori, convertire il territorio in piscine per la coltivazione dei gamberi, per poi assistere all’invasione dell’oceano che in breve si è portato via tutto: il paese è stato sommerso, gli abitanti sono dovuti andare via e le vasche scomparse. Negli ultimi 30 anni l’industria della gambericoltura ha stravolto la costa e i pescatori hanno abbandonato la pesca per l’acquacoltura. Un’industria cresciuta senza pianificazione e senza il controllo degli organi per la conservazione del territorio. Un territorio che non giova più del riparo degli alberi di mangrovia dal sole e che si abbatte con prepotenza sulle acque, riscaldandole e mettendo a dura prova la sopravvivenza delle specie ittiche che ci vivono. I gamberetti, quale fonte primaria di sostentamento, si indeboliscono e necessitano di additivi chimici per crescere, tanto e rapidamente, compromettendo in maniera irreparabile la qualità delle acque stesse.  

Banten, Giava, Indonesia, 2014. ©ElisabettaZavoli

For fortuna alcuni pescatori hanno deciso di invertire la rotta, come ha fatto Supiro, il ragazzo nella foto, pescatore ed allevatore di gamberetti del villaggio costiero di Sawah Luhur, intento a sollevare la trappola per i gamberetti che aveva calato la sera precedente per il raccolto. Supiro è uno dei più giovani pescatori del villaggio a partecipare ad un progetto di riforestazione delle mangrovie promosso dalla Ong “Wetlands International Indonesia”, con lo scopo di aiutare gli allevatori di gamberi a passare da un’acquacoltura estensiva ad una sostenibile. Grazie al supporto economico della Ong, lui e altri pescatori della zona hanno piantato mangrovie sulle rive dei loro laghetti di allevamento, cercando di ricostruire l’ecosistema originario che avrebbe sostenuto in modo naturale la crescita dei gamberetti e dei pesci. Un modo per far ripartire l’economia locale in maniera più sostenibile e cercare di salvare i villaggi dall’erosone costiera. O come fanno i volontari dell’Associazione “Mangrove Lestari” fondata da Sururi, pescatore ed allevatore di gamberetti del villaggio costiero di Mangunharjo, che vediamo in quest’altra foto al lavoro nel vivaio per preparare le giovani piantine di mangrovie ad essere trasportate per il rimboschimento in altre aree costiere di Giava Centrale.

Giava, Indonesia, 2014. ©ElisabettaZavoli

L’Indonesia negli anni si è impegnata nella riduzione del taglio delle mangrovie, c’è perfino un decreto per la protezione delle coste, ma come sempre, corruzione, politica e illegalità continuano a permettere il degrado di questo ecosistema. Secondo gli esperti, cambiando rotta adesso, il paese ridurrebbe del 26% le proprie emissioni in atmosfera, ma se si continua di questo passo “le mangrovie potrebbero scomparire entro la fine del secolo”. La domanda dei prodotti ittici da acquacoltura è aumentata enormemente portando un alimento, come i gamberetti, un tempo utilizzato solo per le occasioni speciali a diventare un piatto quasi quotidiano, ad un costo veramente troppo basso. 

“Per un pugno di gamberi”, a cui Elisabetta Zavoli ha lavorato insieme al collega Jacopo Pasotti, ha beneficiato del Grant Europeo per il Giornalismo Investigativo Indipendente, riconoscimento che ha permesso ai due giornalisti di produrre un documentario per il web su una tematica così importante che ci porta sempre alla stessa conclusione quando parliamo di deforestazione: una maggiore consapevolezza per quello che portiamo sulle nostre tavole. “Anche per questo motivo ho partecipato alla fondazione di un magazine italiano online tutto focalizzato su ambiente, natura, e geografia. Si chiama Radar ed insieme a giornalisti e giornaliste, fotografi e fotografe vogliamo raccontare problemi e soluzioni nella forma di un giornalismo lento, accurato e coinvolgente”.

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