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La crisi climatica costa 391 milioni di dollari al giorno

Tessa Gelisiodi Tessa Gelisio   
La crisi climatica costa 391 milioni di dollari al giorno

La crisi climatica non sta ipotecando soltanto il futuro del nostro Pianeta e di tutte le specie viventi, tocca anche il nostro portafoglio: costa, infatti, 391 milioni di dollari al giorno da 20 anni a questa parte. È quanto rivela uno studio pubblicato sulla rivista scientifica Nature Communications, nel tratteggiare una fotografia alquanto preoccupante di ciò che potrebbe accadere in futuro.

Periodi di intense ondate di caldo, incendi e siccità, alternati a piogge torrenziali, alluvioni e catastrofi naturali: dal 2000 al 2019 si è andato sempre peggiorando e i costi maggiori si registrano in termini di vite umane. Un vero e proprio disastro che non potrà far altro che diventare sempre più grave, se non verranno adottate concrete misure di contrasto.

Lo studio sulla crisi climatica

Come ho accennato in apertura, la crisi climatica ci costa ogni giorno ben 391 milioni di dollari. È quanto emerge dall’analisi di tutti i maggiori eventi climatici che hanno colpito il Pianeta dal 2000 a oggi, prendendo in considerazione diversi parametri micro e macroeconomici:

  • i danni alle materie prime, alle risorse alimentari e ai mercati;
  • le conseguenze sulle strutture umane, pubbliche e private;
  • i costi di ripristino delle aree danneggiate;
  • la spesa per le misure di resilienza e adattamento ai cambiamenti climatici;
  • i costi in termini di vite umane perdute.

Quasi 400 milioni al giorno che lasciano a dir poco sorpresi, eppure i ricercatori sostengono si tratti addirittura di un dato sottostimato: non è infatti possibile calcolare agilmente i costi indiretti della crisi climatica e, ancora, non sono stati prese in considerazione quelle nazioni che ancora non si sono dotate di adeguati sistemi di monitoraggio delle conseguenze dei cambiamenti climatici, per ovvia mancanza di informazioni.

I costi della crisi climatica: i tre anni peggiori

Se si considera che, così come rivelato dalla World Meteorological Organisation, dal 1970 al 2021 si sono registrati più di 12.000 piccole e grandi catastrofi connesse ai mutamenti del clima, è facile comprendere perché la crisi climatica ci costi così tanto.

Ad esempio, dallo studio pubblicato su Nature Communication emergono soprattutto tre anni, dove la spesa globale per danneggiamenti, opere di ripristino e vite umane perdute ha raggiunto livelli record. Nel dettaglio:

  • 2008: è l’anno in cui il ciclone Nargis ha duramente colpito il Myanmar, uccidendo più di 80.000 persone. A 16 anni di distanza, ancora risultano in corso parte dei lavori di ripristino delle strutture e delle abitazioni danneggiate, mentre il mercato interno ha subito un forte scossone, da cui non si è ancora completamente ripreso;
  • 2003: al secondo posto si piazza la fortissima ondata di calore che colpì l’Europa nell’estate del 2003, durante la quale più di 70.000 persone persero la vita direttamente e indirettamente per il caldo;
  • 2010: fu l’anno della più grande ondata di caldo in Russia, dove solo a Mosca si registrarono 360 morti al giorno a causa delle temperature proibitive, a cui si aggiunse una gravissima siccità in Somalia, con 43.000 decessi, di cui la metà bambini.

Il peso degli eventi minori

Non sono, però, soltanto gli anni particolarmente complessi dal punto di vista climatico a determinare la spesa esorbitante che ci richiede la crisi climatica, anche i cosiddetti eventi “minori” – non tanto per intensità, quanto per collocazione geografica – hanno la loro rilevanza.

Per quanto non incluso nello studio, gli esperti hanno ad esempio posto l’attenzione sul 2023 – l’anno più caldo dal 1850 – e sui danni che si sono registrati in tutto il Pianeta: dagli incendi in California alle alluvioni in Europa, passando per per la più grande devastazione mai generata dal fuoco alle Hawaii: ci potrebbero volere decenni per ripristinare ciò che è stato distrutto in pochissimi mesi. 

Proprio nel 2023, le speranze degli scienziati sugli obiettivi siglati nel 2015 con gli Accordi di Parigi – ovvero, non superare un aumento di 1.5 gradi centigradi rispetto ai livelli preindustriali – si sono affievoliti. Così spiega il WMO:“La possibilità che la temperatura di superficie superi, anche solo temporaneamente e per cinque anni consecutivi, gli 1.5 gradi centigradi rispetto ai livelli preindustriali è del 66%”. Un dato che, in termini economici relativi alle sole vite perdute, potrebbe essere pari a 7.08 milioni di dollari al giorno.

Come reagire alla crisi climatica

Purtroppo, quello della crisi climatica è un processo iniziato ormai parecchi anni fa, un percorso che non può essere fermato all’improvviso. Tuttavia, se ne possono ridurre gli effetti, con delle politiche mirate e ferre sia di prevenzione che di adattamento ai fenomeni più avversi che ci attendono:

  • ridurre la dipendenza dai combustibili fossili, tra i maggiori responsabili dell’emissione di gas climalteranti, puntando su forme di energia verde come le rinnovabili;
  • investire in resilienza e adattamento, affinché le zone più esposte – si pensi alle coste, sempre più minacciate dall’innalzamento del livello dei mari – possano giocare in anticipo limitando i danni;
  • investire in cooperazione internazionale, poiché i danni maggiori dei cambiamenti climatici potrebbero essere a carico delle nazioni meno sviluppate, con il rischio che l’impossibilità di reagire alla crisi climatica si trasformi in una migrazione climatica.
  • adottare stili di vita più sostenibili, anche sul fronte dei consumi, per ridurre non solo le emissioni ma anche avere un impatto positivo su tutte le forme di inquinamento, come quello ambientale.

Per quanto il futuro che ci attende non sembra essere dei più rosei, siamo ancora in tempo per evitare le conseguenze più disastrose: in questo, serve affidarsi alla scienza e pretendere che la politica mondiale non continui a ignorare il cambiamento climatico.

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