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Ftalati e BPA: danneggiano la fertilità e alterano lo sviluppo del feto. Come ridurre la contaminazione

Queste sostanze plastificanti sono una delle minacce più gravi, ma invisibili, alla nostra salute. Alcune buone abitudini possono ridurre – e anche di molto – il rischio

Tessa Gelisiodi Tessa Gelisio   
Ftalati e BPA: danneggiano la fertilità e alterano lo sviluppo del feto. Come ridurre la contaminazione

Interferiscono con il nostro sistema endocrino, danneggiano la nostra fertilità e alterano il corretto sviluppo del feto: da 50 anni a questa parte, ftalati e BPA rappresentano una delle minacce più gravi, ma invisibili, alla nostra salute. D’altronde, i dati parlano chiaro: dagli anni ‘70 a oggi la capacità riproduttiva dell’uomo è diminuita al ritmo dell’1% l’anno e la principale causa è proprio l’esposizione continua a queste sostanze plastificanti. Ma come difendersi? Vi ho già parlato, in un precedente approfondimento pubblicato qui su Ecocentrica, dei danni alla fertilità causati proprio da ftalati e BPA. Ora scopriamo, invece, come limitare l’esposizione a queste sostanze: per quanto pressoché ubiquitarie, alcune buone abitudini possono ridurre – e anche di molto – il rischio.

Cosa sono ftalati e BPA

Prima di parlare dei consigli per ridurre la nostra esposizione a queste sostanze chimiche, è utile un breve ripasso: cosa sono, infatti, ftalati e BPA? Vengono in gergo chiamate “sostanze plastificanti”, poiché migliorano alcune caratteristiche della plastica utilizzata per la produzione della gran parte degli oggetti di largo consumo:

gli ftalati, immessi sul mercato già nei primi decenni del ‘900, rendono la plastica – in particolare il PVC – più malleabile, quindi facile da modellare. Inoltre, vengono impiegati anche come impermeabilizzanti;con la sigla BPA si identifica invece il Bisfenolo A, sostanza utilizzata da più di 50 anni per rendere la plastica più trasparente, lucida e resistente al calore.

Da anni si studiano gli effetti sulla salute di questi composti, poiché la loro esposizione è ormai continua e quotidiana, considerando quanto la plastica sia diffusa a livello domestico. Le ricerche hanno confermato si tratti di interferenti endocrini – ovvero di sostanze in grado di alterare il normale funzionamento del sistema ormonale – con particolari effetti sulla riproduzione e la fertilità. Nel dettaglio:

l’uomo è più soggetto all’azione degli ftalati, la cui esposizione può determinare la riduzione dei livelli di testosterone nel sangue e difetti nella spermatogenesi, con un numero minore di spermatozoi prodotti e dalla qualità inferiore per tutti i loro parametri vitali;la donna e i bambini sono più soggetti allle conseguenze del BPA, che può determinare pubertà precoce, aumento del rischio di endometriosi, disturbi a carico delle ovaie, aumento del rischio di aborto e di sviluppo alterato del feto.

Come ridurre la contaminazione da ftalati

Ma come ridurre la contaminazione da ftalati, a cui siamo esposti costantemente? Purtroppo, queste sostanze sono praticamente ovunque e vengono anche definite perenni, poiché rimangono a lungo sulle superfici. Innanzitutto, è necessario capire in quali prodotti siano maggiormente contenute.

Dove si trovano gli ftalati

Gli ftalati possono essere rinvenuti sia in oggetti in plastica che negli alimenti, in particolare per quei cibi conservati in pellicole o contenitori sempre di plastica. Partendo proprio dagli oggetti, le massime concentrazioni si trovano in:

pellicole e teli in plastica;rivestimenti di pentole antiaderenti;rivestimenti per pavimenti;cavi elettrici;vernici per pareti e mobili;lacche e spray per capelli;smalti per unghie;indumenti e tessili della casa impermeabilizzati, come tappeti;scarpe, borse e qualsiasi altro accessorio waterproof.

Per quanto riguarda gli alimenti, lo studio “Phthalates and Diet: A Review of the Food Monitoring and Epidemiology Data” – pubblicato sulla rivista scientifica Environmental Health – ha evidenziato le maggiori concentrazioni in:

latte intero;panna;carne confezionata, soprattutto pollame;margarina;olio da cucina.

È bene sottolineare che, da qualche anno a questa parte, l’Europa ha fissato delle soglie molto rigide negli alimenti: le concentrazioni devono essere inferiori allo 0,1%, come da direttiva 2018/2005.

Consigli per limitare l’esposizione da ftalati

Per ridurre l’esposizione da ftalati, così come consiglia l’ISS e numerose altre agenzie europee, si possono adottare alcuni facili comportamenti quotidiani:

scegliere indumenti in fibre naturali, meglio se biologiche, non impermeabilizzate;consumare alimenti freschi, non confezionati. Le confezioni in PVC sottile e flessibile hanno concentrazioni di ftalati maggiori rispetto a quelle rigide;usare vernici naturali per le pareti di casa;usare cosmetici ecobio;non inserire nel forno o nel microonde alimenti avvolti da pellicole;preferire bevande in bottiglie di vetro;pulire regolarmente casa poiché nella polvere si accumulano gli ftalati rilasciati da vernici, mobili, tessuti ed elettrodomestici. Possono quindi entrare nel pulviscolo ed essere inalati.

Come ridurre la contaminazione da BPA

Anche le contaminazioni da bisfenolo A non devono essere sottovalutate, poiché presenti in molti prodotti di uso quotidiano e, ancora, negli alimenti che entrano in contatto con materiali plastici. Allo stesso tempo, è utile sottolineare che l’Europa ha adottato misure abbastanza rigide sull’impiego di BPA, soprattutto vietandolo da qualche anno nei prodotti per bambini.

Dove si trova il BPA

Come ho già spiegato, anche nel caso dei BPA la contaminazione può avvenire sia con gli oggetti di uso comune che, ancora, con gli alimenti. Partendo sempre dagli oggetti:

oggetti e dispositivi realizzati in policarbonato, in resine epossidiche e in altre plastiche infrangibili;flaconi di detersivi e bagnoschiuma;rivestimenti interni delle lattine;alcune tipologie di cartoni per la pizza con strato anti-unto;carte termiche;contenitori alimentari diversi dal PET;prodotti per bambini, come i biberon, antecedenti al 2012.

Sul fronte dei prodotti per neonati, quelli oggi disponibili sul mercato dovrebbero essere privi di BPA. Allo stesso tempo, è utile sottolineare che il PET – la plastica utilizzata per le bottigliette di plastica – non contiene bisfenolo.Sul fronte degli alimenti, invece, non vi sono alimenti più contaminati da altri, come avviene per gli ftalati. Il problema è a monte: qualsiasi cibo conservato in contenitori dove è presente il bisfenolo teoricamente presenta alte concentrazioni. Bisogna quindi prestare attenzione alle etichette, soprattutto di alcune tipologie di alimenti quali bevande in lattine, bevande in brick, prodotti da forno in scatole di plastica rigida e carni e salumi in vaschetta: per andare sul sicuro, meglio scegliere quelli che riportano la dicitura “BPA-free”.

Consigli per limitare l’esposizione al BPA

Sempre rifacendosi ai consigli dell’ISS e delle agenzie europee, i comportamenti più virtuosi per limitare l’esposizione al BPA sono:

non consumare bevande e alimenti confezionati in plastica rigida o in alcune tipologie di lattine, a meno che non siano in PET o vi sia riportato “BPA-free” in etichetta;non utilizzare prodotti per neonati immessi sul mercato prima del divieto europeo, magari ereditati da amici e parenti in un’ottica di riciclo;evitare carte oleose o termiche per avvolgere gli alimenti;scegliere detergenti, detersivi e cosmetici sempre ecobio, meglio se solidi o confezionati in bottiglie di vetro o PET;preferire dispositivi elettronici in alluminio e vetro a quelli in policarbonato, soprattutto se rimangono a lungo a contatto con la pelle.

In definitiva, è meglio adottare delle scelte di consumo consapevoli, affinché si possa ridurre la nostra esposizione a questi pericolosi plastificanti. Una scelta non solo positiva per la salute, ma anche per l’ambiente: ridurre la nostra dipendenza dalla plastica è di fondamentale importanza.

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Tessa Gelisiodi Tessa Gelisio   

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