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La plastica abbandonata nei mari è la prima causa di inquinamento. Come ridurre l’impatto ambientale

Si tratta di uno dei temi più discussi: la produzione ha ormai superato la nostra capacità di gestire questo materiale

Tessa Gelisiodi Tessa Gelisio   
La plastica abbandonata nei mari è la prima causa di inquinamento. Come ridurre l’impatto ambientale

La plastica abbandonata nei mari e nei corsi d’acqua è la prima causa di inquinamento. E, purtroppo, parte del pianeta sta affrontando grandi difficoltà nella gestione della plastica, che danneggia la salute degli animali e dell’uomo. L’inquinamento da plastica è diventato uno dei temi più discussi: la produzione ha ormai superato la nostra capacità di gestire questo materiale. Nonostante l’inquinamento da plastica sia più evidente nei Paesi in via di sviluppo, anche l’Occidente sta pian piano cominciando a pagare uno scotto che potrebbe rivelarsi molto più elevato di ciò che pensiamo. Africa e Asia non sono ancora in grado di approntare sistemi di raccolta efficaci, con il risultato che la plastica e gli altri rifiuti si accumulano nelle discariche ma, soprattutto, nei fiumi e nei mari. Appare sempre più evidente, quindi, la necessità di migliorare il riciclo e imparare a gestire correttamente i rifiuti.

Il riciclo della plastica

Ecco i fattori che rendono l’idea della situazione globale in relazione al cattivo uso della plastica:– metà della plastica esistente è stata prodotta negli ultimi 15 anni. Nonostante le prime avvisaglie del problema fossero evidenti già negli anni ’60, la produzione di plastica è aumentata ulteriormente, passando dai 2 milioni di tonnellate del 1950 ai 448 milioni di tonnellate del 2015. Dato destinato a raddoppiare entro il 2050– tutti gli anni, quasi 8 milioni di tonnellate di plastica finiscono negli oceani– molte plastiche contengono additivi in grado di renderle più resistenti, durevoli e flessibili. Alcune di queste sostanze, però, prolungano la vita del materiale oltre i 4 secoli– una volta in mare, le plastiche vengono degradate dal vento, dalla luce solare e dalle onde. Questo fenomeno produce particelle di piccole dimensioni, dette microplastiche. Queste possono diffondersi in mare, ma possono anche essere trasportate dal vento. Sono state trovate ovunque, dalla Fossa delle Marianne al Monte Everest– i danni agli animali causati dalla plastica sono incalcolabili. Ogni anno, sono milioni gli animali uccisi dalla plastica. Inoltre, le microplastiche vengono costantemente rinvenute nella maggior parte delle specie acquatiche che spesso finiscono nei nostri piatti.Come evitare, allora, di aggravare ulteriormente la situazione? Le parole chiave sono raccolta differenziata, riciclo, riuso, termovalorizzazione. La soluzione principale resta impedire che la plastica finisca nei fiumi e nei mari. A dirlo sono ambientalisti e scienziati di tutto il mondo, inclusa la National Geographic Society, che da anni si batte per la sensibilizzazione delle persone al problema e per una gestione più efficace del riciclo. Quest’ultimo obiettivo potrebbe essere raggiunto ottimizzando i sistemi di gestione dei rifiuti attraverso una migliore progettazione e l’uso di nuove tecnologie.

Il riciclo della plastica: come avviene e perché è importante

Sono diversi i procedimenti usati per riciclare la plastica. Questi consentono di ottenere nuovi prodotti, ma anche calore, energia ed elettricità. 

Il riciclo meccanico, ad esempio, fa sì che la plastica venga triturata e trasformata in nuovi prodotti. La termovalorizzazione, invece, è il processo che permette di produrre energia dalla combustione della quota di rifiuti che non possono essere riciclati. 

Tra i processi in via di sviluppo spicca il riciclo chimico, che prevede il ritorno alla materia prima, attraverso la trasformazione della plastica lavorata in monomeri simili al materiale vergine. Ma quante volte si può riciclare la plastica? Tra i materiali più diffusi figura il PET, una resina termoplastica adatta a contenere gli alimenti e interamente riciclabile. Ogni oggetto in PET può essere trasformato in un nuovo prodotto, che si tratti di maglioni, sedie e così via. Ma, soprattutto, può essere riciclato più volte. Insomma, i rifiuti potrebbero diventare il nuovo petrolio, soprattutto se riuscissimo finalmente a contenere i costi per il loro smaltimento e riciclo. 

Ora, una nuova soluzione sembra provenire dalla cosiddetta chimica verde. Di cosa si tratta? Questo nuovo modello green integra tecnologie di riciclo meccanico e riciclo chimico. L’obiettivo di quest’ultimo è la trasformazione del plasmix, un insieme di plastiche eterogenee non riciclabili da cui, tramite un processo di conversione chimica, è possibile ottenere nuova materia come, ad esempio, il metanolo che in molti casi siamo costretti ad importare dall’estero. In questo modo, potremmo incrementare le percentuali di riciclo del nostro Paese e, al contempo, ridurre le emissioni e creare occupazione. 

Come ridurre l’inquinamento da plastica? Due consigli per una maggiore sostenibilità

La prima e più importante regola è prediligere l’utilizzo di materiali riciclabili e compostabili. Meglio utilizzare sacchetti per la spesa di tela, tessuto o di qualsiasi altro materiale, preferire gli oggetti prodotti con materiali alternativi. 

L’altro consiglio fondamentale è separare e riciclare sempre i rifiuti. Una separazione corretta dei materiali è fondamentale. Ciò che non viene selezionato o non può essere riciclato, prima o poi finirà per inquinare falde acquifere, corsi d’acqua, mari e oceani. Per non sbagliare, è fondamentale seguire le indicazioni del proprio comune circa la raccolta differenziata. Ognuno di noi è, a suo modo, responsabile di ciò che accade nel mondo. E la sostenibilità è una tematica troppo importante per la nostra sopravvivenza e per quella dell’intero pianeta. Proprio per tale motivo, dovremmo impegnarci a modificare le nostre abitudini di quel tanto che basta, in modo da rendere la nostra vita il più sostenibile possibile e il nostro pianeta verde e vivibile com’era un tempo.

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Tessa Gelisiodi Tessa Gelisio   
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