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Come disfarsi di tessuti e vestiti in modo sostenibile

Tessa Gelisiodi Tessa Gelisio   
Come disfarsi di tessuti e vestiti in modo sostenibile

Anche questa primavera siamo alle porte di un nuovo cambio di stagione, a tu per tu con il nostro armadio dobbiamo fare un po’ di pulizia e smaltire abiti e biancheria che ormai hanno fatto il loro tempo o semplicemente vestiti che non indossiamo più.

Ma come disfarsi di tessuti e indumenti in modo sostenibile?

Abiti e tessuti ancora in buone condizioni

Baratto o rivendita

Quando le condizioni dei nostri capi sono ancora buone, un’idea sostenibile è quella di metterli in vendita su app dedicate a oggetti di seconda mano o presso i mercatini dell’usato. Le migliori soluzioni sono:

Rivendita presso circuiti dei mercatini dell’usato (in questo caso i guadagni sono bassi perché giustamente anche i negozi vogliono il loro compenso) dove si possono esporre i propri vestiti in una modalità di conto vendita, cioè si viene risarciti quando qualcuno procederà all’acquisto.

Il vantaggio è che non dobbiamo impegnarci molto per vendere.

Baratto online su piattaforme come Vinted. In questa applicazione non ci sono commissioni ed è possibile sia richiedere uno “sconto” sul prezzo fissato, sia proporre un baratto.Rivendita online su app o sui social network (es. Marketplace di Facebook) oppure attraverso le tante applicazioni di settore tipo Svuotaly o Greenchic, entrambe giovani startup made in Italy.

Queste due soluzioni ovviamente implicano un impegno maggiore da parte nostra, fotografare, pubblicare, gestire le richieste ecc.

Raccolte solidali 

Altra idea di riciclo sostenibile è quella di donare il nostro usato nei punti di raccolta solidale. Ogni città o Comune dispone di bidoni di accumulo per vestiti ormai dismessi, ma ancora in buono stato. Il requisito principale per dare nuova vita ai nostri abiti, utilizzando le raccolte solidali, è quello di smaltire solo indumenti ancora in buone condizioni: è importante non riporvi capi macchiati o bucati, pezzi di tessuto inutili, mentre stampe sbiadite o tinte scolorite sono ben accette, ma anche scarpe, biancheria intima e tessili rigorosamente puliti.Questo materiale sarà poi sanificato e redistribuito a chi ne ha più bisogno come nel caso dei cassonetti gialli della Caritas oppure rivenduto per una raccolta fondi come provvede HUMANA Vintage (o HUMANA Second Hand), dove il ricavato serve a finanziare progetti umanitari a vantaggio dei Paesi del Terzo Mondo.

Abiti e biancheria in cattive condizioni

Ma che fare con indumenti bucati e vecchie coperte danneggiate?

Coperte per i rifugi

Per quanto riguarda coperte, lenzuola o asciugamani io porto sempre tutto al rifugio più vicino. Contattate canili, gattili o centri di recupero per la fauna selvatica, così da rifornire la struttura che ne ha più bisogno.

Fashion Upcycling

Se avete una vena creativa e un po’ di pazienza nel restauro di oggetti danneggiati, il fashion upcycling è quello che fa per voi.

Vi avevo già da qualche idea su come trasformare uno scarto tessile in un indumento riutilizzabile in un mio vecchio articolo e questa nuova abitudine inizia a essere celebre anche nel settore dell’alta moda.Una nota società con sede a Brooklyn “Fabscrap” ,ad esempio, è diventata un’organizzazione che raccoglie tessuti di scarto da marchi e designer famosi per riciclarli e rivenderli ad altri artisti, designer e creatori dell’industria sartoriale per realizzare nuovi capi.

Raccolta differenziata e rifiuti tessili

Tutto ciò che invece deve essere necessariamente gettato possiamo riciclarlo attraverso la raccolta differenziata. Dal 1 gennaio 2022, infatti, il Ministero della Transizione Ecologica ha emanato una legge che obbliga al corretto smaltimento dei rifiuti tessili. Così le vecchie stoffe usurate potrebbero entrare nell’economia circolare non più attraverso solo misure sporadiche di alcuni comuni virtuosi, ma grazie ad un sistema organizzato e condiviso su tutto il territorio italiano. Purtroppo, ancora non sono state emanate le precise direttive sul modo in cui operare e non tutti i centri ecologici sono attualmente organizzati per il loro corretto recupero.

Oltretutto bisogna prendere in considerazione anche il materiale, perché non tutto il tessile si può riciclare!  

Le fibre di origine naturale non creano particolari problemi (cotone, lino, canapa, lana e seta) ma le fibre sintetiche come nylon, poliestere e acetato non sempre  rientrano in questo tipo di riciclo, ma piuttosto in quello di rifiuti plastici.

L’inquinamento da tessile è fast

Il problema dello smaltimento dei tessuti è una questione davvero seria. 

La moda e la sua filiera sono la terza industria più inquinante, dopo quella alimentare e quella delle costruzioni. Si tratta del 10% delle emissioni globali di gas serra, 1,2 miliardi di tonnellate di anidride carbonica all’anno, più del trasporto marittimo e dell’industria aeronautica messi insieme.

Ma l’impatto inquinante peggiore è generato dalla moda fast fashion

Per fast fashion si intende un modello di business altamente redditizio “basato sulla copia e la replica di modelli di moda di fascia alta”.

Questa sistema produttivo è proprio di tendenza: oggi i marchi di fast fashion mettono sul mercato il doppio della quantità di vestiti rispetto al 2000. 

Gli abiti sono prodotti in serie e la lavorazione avviene in Paesi in via di sviluppo, dove spesso le condizioni lavorative sono disumane. Le materie prime sono scadenti perché i capi sono progettati appositamente per essere fragili e di breve durata, visto che i modelli cambiano rapidamente e sono economici da produrre, per non parlare dello smaltimento delle tinture che non è quasi mai a norma.

Imparare a riciclare e smaltire correttamente i tessuti, ma soprattutto acquistare prodotti tessili in chiave ecologica oggi è una prerogativa, perché questo settore sta generando un inquinamento senza precedenti, che crea non solo danni ambientali a lungo termine e potenzialmente irreversibili, ma aggrava gli effetti del cambiamento climatico.

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Tessa Gelisiodi Tessa Gelisio   
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