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Cambiamenti climatici: le preoccupanti evidenze del sesto rapporto IPCC

Tessa Gelisiodi Tessa Gelisio   
Cambiamenti climatici: le preoccupanti evidenze del sesto rapporto IPCC

I cambiamenti climatici si stanno facendo sempre più evidenti e, se non ci impegneremo per invertire la rotta, ci attendono dei decenni a dir poco preoccupanti. È quanto emerge dal Sesto Rapporto di Valutazione sui Cambiamenti Climatici (AR6) dell’IPCC: una valutazione scientifica enorme pubblicata la scorsa primavera, di oltre 8.000 pagine, che ha coinvolto oltre 700 scienziati e la revisione di migliaia di studi.

Purtroppo, il quadro che ne emerge non è fra i migliori: le modifiche del clima sembrano procedere più velocemente rispetto a quanto si pensava e, per questo, serve uno sforzo internazionale affinché questo processo possa essere rallentato. Ma quali sono i punti salienti emersi dal rapporto?

I cambiamenti climatici sono di origine umana

Se n’è parlato spesso negli ultimi tempi, ora arriva la conferma degli esperti: le modifiche del clima sono, purtroppo, di origine umana.

“Il cambiamento climatico causato dall’uomo – spiega l’IPCC – è la conseguenza di più di un secolo di emissioni di gas serra derivanti dalla produzione di energia, dallo sfruttamento del terreno, dallo stile di vita, di consumo e di produzione”. Il consumo di combustibili fossili è più che duplicato negli ultimi 50 anni, ogni anno distruggiamo 10 milioni di ettari di foreste e le emissioni di anidride carbonica hanno superato i 40 miliardi di tonnellate, di cui il 30% solo per la produzione alimentare.

Le temperature globali crescono velocemente

Le emissioni in crescita, e il conseguente aumento dell’effetto serra, hanno portato a una crescita delle temperature globali più veloce rispetto a quanto inizialmente atteso. A oggi, la media globale, annuale, è di +1.07 gradi rispetto all’era preindustriale e, di conseguenza, sarà sempre più difficile raggiungere l’obiettivo auspicato di un incremento non superiore agli 1.5 gradi entro il 2050.

Secondo gli scienziati, la soglia degli 1.5 gradi è davvero difficile da mantenere:

in uno scenario virtuoso, in cui raggiungiamo basse emissioni, c’è il 50% di probabilità che le temperature superino gli 1.5 gradi entro il 2040;in uno scenario di attuali emissioni, con il continuo ricorso ai combustibili fossili – o, addirittura, a un loro aumento – le temperature potrebbero salire tra i 3,3 e i 5.7 gradi entro il 2100.

La colonnina di mercurio in crescita porta, come facile intuire, a conseguenze negative di cui già verifichiamo gli effetti.

Temperature sempre più alte, aumento dei livelli dei mari e scioglimento dei ghiacciai potrebbero avere delle conseguenze ambientali, sociali ed economiche enormi: è possibile che venga ridotta la disponibilità di acqua potabile, molti habitat naturali verranno persi, le zone costiere saranno sempre più soggette ad allagamenti e aumenteranno le migrazioni climatiche.

Oceani acidi, biodiversità e scarsità alimentare

L’aumento delle temperature e concentrazioni sempre maggiori di CO2 nelle acque oceaniche stanno esacerbando il fenomeno dell’acidificazione degli oceani, in crescita del 30% rispetto all’era preindustriale. In altre parole, si assiste a una modifica del pH a livello marino, che porta numerosi ecosistemi a morire o, ancora, a essere sostituiti con altri maggiormente in grado di sopravvivere in acque acide.Nel frattempo, anche la biodiversità è a rischio: a causa della pesca deregolamentata, della distruzione degli habitat naturali a scopo d’allevamento o agricoltura e all’aumento delle temperature, si assiste a una perdita di specie vegetali e animali fino a 1.000 volte maggiore rispetto ai ritmi naturali.

Tutto questo porterà a problemi sempre maggiori di scarsità alimentare. Coltivare frutta e ortaggi diventerà sempre più difficile, i terreni nelle zone più calde del Pianeta vedranno ridotta la loro fertilità e la scarsità d’acqua potabile renderà molto complessa l’irrigazione. Secondo le stime dell’IPCC, circa 4 miliardi di persone potrebbero sperimentare scarsità sia di cibo che di acqua potabile, a vari livelli a seconda del Paese di residenza.

Cambiamenti climatici ed eventi atmosferici estremi

Purtroppo, i cambiamenti climatici ci stanno già esponendo ad eventi atmosferici sempre più estremi: non solo piogge torrenziali e alluvioni, ma anche lunghi periodi di siccità con incendi boschivi.

Dalla revisione di oltre 170 studi, l’IPCC ha rilevato che almeno 190 eventi climatici estremi, registrati tra il 2014 e il 2018, possono essere senza dubbio ricondotti al cambiamento climatico. Il fenomeno più frequente è quello delle ondate di caldo estremo, rischia di essere la questione più evidente, e difficile da affrontare, entro la fine del secolo.

Cambiamenti climatici, economia e soluzioni

Procedendo a questi ritmi, l’impatto dei cambiamenti climatici sull’economia potrebbe essere enorme: se gli obiettivi fissati al 2050 con l’Accordo di Parigi non verranno raggiunti, il prodotto interno lordo globale rischia di ridursi del 18%. E ciò potrebbe aumentare le iniquità sociali, a causa di un circolo vizioso:

le modifiche del clima impatteranno sulla produzione di alimenti che, oltre a essere scarsa, sarà di minore qualità;al contempo, i prezzi aumenteranno sensibilmente: per il cibo, l’energia e tutte le altre necessità quotidiane delle persone;per effetto dell’aumento dei prezzi e delle minori risorse produttive, gli stipendi potrebbero ridursi aumentando la disoccupazione;a subirne gli effetti maggiori saranno le fasce più povere della popolazione, che dovranno sempre più fare i conti con malnutrizione, insicurezza alimentare e abitativa e una forte riduzione della qualità della vita.

Eppure, le soluzioni per mitigare questi effetti sono già a nostra disposizione, sebbene non ne venga sfruttato il loro potenziale. Priyadarshi Shukla, co-chair del terzo gruppo di lavoro dell’IPCC per il report AR6, ha infatti affermato: “Con le giuste policy, le infrastrutture e la tecnologia utile a modificare i nostri stili di vita, potremmo ridurre le emissioni di gas serra tra il 40 e il 70% entro il 2050”.

Sarà però necessaria una fitta collaborazione a livello internazionale, affinché ogni Stato mondiale sia davvero coinvolto in azioni decisive per la riduzione delle emissioni climalteranti. E farlo non è semplice: ce la faremo?

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