I rifiuti nucleari fanno tremare le casse dell’Unione europea

Non sono soltanto pericolosi per la salute dell’uomo e per l’ambiente. Gestirli in sicurezza ci costerà 566 miliardi di euro

I rifiuti nucleari fanno tremare le casse dell’Unione europea
di Roberto Zonca

Alla fine dei conti c’è da chiedersi se continuare a spingersi sulla strada del nucleare abbia realmente senso. Oltre ai potenziali rischi, per l’uomo e per la natura, va infatti messo sul tavolo il conto economico per la gestione dei rifiuti radioattivi. Le scorie più pericolose, che possono restare tali per migliaia di anni, necessitano di una custodia in sicurezza il cui costo sta diventando di anno in anno sempre più alto. “Per gestire i rifiuti nucleari - evidenzia Gianni Silvestrini, direttore scientifico del Kyoto club - l’Europa dovrà spendere 566 miliardi di euro -, ben 100 miliardi in più rispetto alla precedente valutazione fatta dall’Unione europea”: oltre il 50 per cento di quella prevista dal Green Deal per velocizzare la transizione ecologica del Vecchio Continente.

Il 99,7 per cento dei rifiuti radioattivi europei, pari a 3.466.000 m3 di scorie, vengono prodotti nei 126 reattori installati in 16 stati dell’Ue (Italia e Lituania sono escluse perché hanno abbandonato da tempo i rispettivi programmi nucleari). Il costo per la gestione di questi scarti, tuttavia, ricade su tutta l’Unione. Nel prossimo decennio la situazione è destinata a precipitare: entro il 2030 raddoppieranno i rifiuti a bassa radioattività e cresceranno dal 20 al 50 per cento quelli altamente pericolosi.

L’Italia, allo stato attuale, ha affidato la messa in sicurezza delle proprie scorie radioattive - che ammontano a poco più di 30mila metri cubi di rifiuti - alla Sogin, con costi superiori ai 7 miliardi di euro. Ma per l’Ue non siamo un paese virtuoso. La Commissione rimprovera all’Italia l’assenza di un dialogo su questo delicato tema: “Ad oggi tutti gli Stati membri hanno notificato i loro programmi nazionali finali, ma non l’Italia”. L’Unione europea sembra preoccupata anche per la tardiva realizzazione del cosiddetto deposito unico nazionale, all’interno del quale dovrebbero finire tutti i rifiuti radioattivi prodotti nel nostro Paese.

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