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L’albero del pane sfida i cambiamenti climatici, ha le carte in regola per sfamare l’intero pianeta

Nei nostri piatti potrebbero esserci presto una moltitudine di prodotti derivati dal suo straordinario frutto

di Roberto Zonca   
Foto Shutterstock
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Sul pianeta Terra ci sono poco meno di 8 miliardi di persone. Il cibo disponibile, prevalentemente nelle aree ricche, potrebbe non esser sufficiente al sostentamento di tutti. E con i cambiamenti climatici in corso la situazione potrebbe persino peggiorare. Perché le produzioni di riso, grano, mais e soia, le più importanti per la produzione di alimenti, rischiano di subire un tracollo, e non soltanto per la guerra in corso tra Russia e Ucraina. Le piante non sono in grado di adattarsi ai mutamenti e l’uomo dovrà suo malgrado trovare delle soluzioni a quella che di fatto è già oggi una emergenza globale. La soluzione di cui parliamo, almeno in teoria, già sarebbe stata trovata.

Secondo un recente studio condotto da un team di ricercatori della Northwestern University, intitolato “Potential of breadfruit cultivation to contribute to climate-resilient low latitude food systems” e pubblicato sulle pagine della rivista scientifica Plos Climate, il futuro del mondo è legato a doppio filo con l’albero del pane (nome scientifico Artocarpus altilis). Grazie a questa pianta, originaria delle isole del Pacifico e diffusa in molte zone del pianeta, è possibile ottenere dei “frutti” amidacei estremamente duttili, ricchi di sostanze nutritive, fibre, vitamine e una moltitudine di minerali. In alcuni paesi poveri viene usato un po’ come la classica patata, ma si presta anche ad esser trasformato in farina, così da esser conservato o esportato.

“L’albero del pane – spiega Daniel Horton, autore senior dello studio - è una specie trascurata e sottoutilizzata, che risulta essere relativamente resistente nelle nostre proiezioni sui cambiamenti climatici. Questa è una buona notizia perché molti altri prodotti di base sui quali  facciamo affidamento non sono così resilienti. In condizioni molto calde, alcune di queste colture di base lottano e le rese diminuiscono. Mentre implementiamo strategie per adattarci ai cambiamenti climatici, l’albero del pane dovrebbe essere preso in considerazione nelle strategie di adattamento alla sicurezza alimentare”.

Gli alberi del pane - aggiunge il collega Nyree Zerega, direttore del  Program in Plant Biology and Conservation - possono vivere per decenni e fornire annualmente una grande quantità di frutti. In alcune culture c’è la tradizione di piantare un albero del pane quando nasce un bambino, così da assicurargli cibo per il resto della vita”.

Analizzando le previsioni climatiche tra il 2060 e il 2080 per gli scienziati è stato chiaro che uno dei pochi candidati teoricamente in grado di soddisfare le esigenze dell’uomo non era più il classico grano, né tanto meno il riso o il mais, ma l’albero del pane. Per le proiezioni climatiche future, hanno preso in considerazione due scenari: uno improbabile, con elevate emissioni di gas serra, e uno più probabile, nel quale l’umanità è riuscita a stabilizzare le emissioni. “In entrambi gli scenari – spiegano i ricercatori - le aree adatte alla coltivazione dell’albero del pane sono rimaste per lo più inalterate. Nei tropici e nelle zone subtropicali, l’area adatta per la coltivazione diminuirebbe di un modesto 4,4 – 4,5%”.

Stando a quanto riferito dagli scienziati l’umanità dovrà a sua volta trovare il modo di adattarsi a cambiamenti drastici, in particolar modo questo varrà per le popolazioni che vivono ai tropici. La principale autrice dello studio, Lucy Yang, ritiene però che gli stravolgimenti non sposteranno al di fuori della finestra di comfort dell’albero del pane. “Possiamo già coltivare l’albero del pane nell’Africa subsahariana. C’è un’ampia fascia dell’Africa, dove l’albero del pane può crescere a vari livelli. Semplicemente non è stato ancora ampiamente introdotto lì. E, abbastanza fortunatamente, la maggior parte delle varietà di albero del pane sono senza semi e hanno poche o nessuna probabilità di diventare invasive”.

I punti di forza dell’albero del pane, rispetto alle colture tradizionali, sono molteplici. Secondo Zerega “una volta impiantato uno di questi alberi può resistere al caldo e persino alla siccità più intensa. Trattandosi poi di coltura perenne richiederà inoltre di quantitativi inferiori di acqua e fertilizzanti. Come tutti gli alberi, infine, durante il ciclo vitale sequestra l’anidride carbonica dall’atmosfera”. Zerega  conclude dicendo che l’emergenza climatica in corso ha messo in evidenza l’urgenza e la necessità di diversificare quanto prima l’agricoltura. Il mondo non deve e non può permettersi di affidare il proprio futuro a un piccolo numero di specie coltivate. Esistono migliaia di potenziali colture alimentari sul pianeta, è doveroso pertanto diversificare, ma tutto ciò deve esser fatto con una logica globale.

A cura di Roberto Zonca

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di Roberto Zonca   

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