La crisi planetaria del grano rende più povere centinaia di milioni di famiglie ma sta arricchendo quattro multinazionali

In meno di un anno c’è anche chi ha visto i propri utili aumentare di oltre l’80 per cento. Tutto ciò non fa altro che aggravare la fame nel mondo: “è immorale”

Foto Shutterstock
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di Roberto Zonca

Sono circa 60 le nazioni che, più di altre, stanno vivendo sulla propria pelle quella che è stata definita crisi del grano. A causa della guerra scoppiata in Ucraina, infatti, le quantità di cereali disponibili sul mercato internazionale sono diventate ormai insufficienti a soddisfare le richieste. Ciò ha inevitabilmente causato un’impennata dei prezzi, con conseguenze che toccano centinaia di milioni di persone. Ma dove ci sono crisi, di solito, ci sono persone, organizzazioni o società che sfruttano le stesse a proprio vantaggio. Stando a quanto pubblicato sulle pagine del Guardian anche in questa crisi del grano c’è chi sta facendo grossi affari. Nello specifico il tabloid britannico punta il dico contro 4 delle più importanti multinazionali dei cereali. Queste, con sedi sparse negli Usa come in Europa, da sole stanno registrando profitti da record.

I colossi sotto accusa sono Archer-Daniels-Midland Company, Bunge, Cargill e la Louis Dreyfus, conosciuta in tutto il mondo con l’acronimo ABCD. Le “quattro sorelle”, non hanno avuto la stessa fortuna. Per la Bunge, società statunitense, la crisi del grano ha permesso di aumentare i guadagni del 17 per cento. Le cose sono andate meglio alla Cargill, con sede nel Minnesota. Il colosso ha registrato un + 23 per cento dei ricavi, segnando – in un solo anno – profitti pari a circa 165 miliardi di dollari. Sulla statunitense Archer-Daniels-Midland non si conoscono dati precisi, ma secondo il Guardian l’azienda avrebbe registrato i profitti più alti di sempre. Ma ad aver riempito i granai di dollari sonanti è stata la francese Louis Dreyfus, che rispetto al 2021 ha registrato un aumento degli utili ben superiore all’80 per cento.

Nessuno nega il diritto di questi colossi di realizzare dei profitti. Ciò che si contesta è il momento storico scelto per farlo e l’ingordigia. Centinaia di milioni di persone nel mondo hanno difficoltà a sopravvivere, i gran parte della responsabilità - oltre che della guerra - è di questi giganti che con le loro azioni hanno causato, direttamente o indirettamente, un insostenibile aumento del costo della vita (negli ultimi 12 mesi i prezzi dei generi alimentari sono aumentati di oltre il 20 per cento).

“Il fatto che i giganti mondiali delle materie prime stiano realizzando profitti record quando la fame aumenta è chiaramente ingiusto - ha commentato Olivier De Schutter, co-presidente di IPES-Food e relatore su povertà estrema e diritti umani per conto delle Nazioni Unite -, ed è un terribile atto d’accusa ai nostri sistemi alimentari. Quel che è ancora peggio, queste aziende (che da sole detengono il controllo del 90 per cento del mercato globale) avrebbero potuto fare di più per prevenire la crisi della fame”.

Ora si cerca tenta di trovare una soluzione alla crisi globale, ma normalizzare un mercato così torbido, dove il rischio speculazione è elevatissimo, non è semplice. Alcune Ong chiedono ai governi di imporre a questi colossi delle tasse sui cosiddetti profitti inattesi. Soltanto così sarà possibile far arrivare grano, riso, mais e gli altri cereali anche ai più poveri “La speculazione - concluide Alex Maitland, consulente senior di Bond - può essere un fattore trainante nell’aumento dei prezzi dei generi alimentari. E tutto ciò che provoca fame è semplicemente immorale”.

A cura di Roberto Zonca