Un mondo libero da armi nucleari: l’Italia faccia la sua parte ratificando il trattato che le mette al bando!

di  greenpeace

*di Sofia Basso, unità investigativa Greenpeace Italia

Un anniversario particolarmente significativo, quello che cade domenica 22 gennaio, a due anni dall’entrata in vigore del Trattato Internazionale per la Proibizione delle Armi Nucleari (TPNW). Il Trattato sancisce l’illegalità degli ordigni atomici, eppure il mondo non è mai stato così vicino al rischio di un conflitto nucleare come in questi ultimi mesi, contrassegnati dalle reiterate minacce del Cremlino, pronto a difendere “con ogni mezzo” i suoi interessi in Ucraina. Tutto questo mentre la corsa al riarmo nucleare procede imperterrita, con gli Stati Uniti che si avviano a rimpiazzare le vecchie bombe custodite nelle basi europee, la Corea del Sud che minaccia di dotarsi di armi atomiche e la spesa per gli arsenali nucleari in costante crescita (+9% dal 2020 al 2021). 

Approvato dall’Assemblea ONU nel luglio del 2017, il TPNW non vieta solo l’uso delle bombe atomiche, ma anche la loro detenzione, produzione, acquisizione e persino la minaccia di impiegarle. Il Trattato ha dovuto attendere la 50esima ratifica per entrare in vigore il 22 gennaio 2021. A oggi le adesioni sono salite a 68. Peccato, però, che nessun Paese dotato di armi nucleari (né i loro alleati) lo abbia ancora sottoscritto. L’Italia, al pari degli altri membri NATO, ha addirittura boicottato i lavori preparatori. Eppure, subito dopo l’approvazione da parte delle Nazioni Unite, circa 240 parlamentari italiani (soprattutto tra i banchi di Pd e M5S) avevano sottoscritto l’impegno ICAN a favore del Trattato: molti di loro hanno poi assunto posizioni di rilievo nel governo del Paese (in particolare l’ex ministro degli Esteri, Luigi Di Maio), senza che l’Italia compisse alcun passo avanti nella direzione dell’adesione.

Nel settembre 2020, dopo che la prima ondata di Covid-19 aveva mostrato platealmente quanto fosse urgente “una più efficace cooperazione internazionale per affrontare i pericoli che minacciano la salute e il benessere dell’umanità”, 56 ex presidenti, primi ministri e ministri di Stati della NATO – tra cui gli italiani Enrico Letta e Franco Frattini – avevano firmato una lettera aperta in cui si ribadiva che “le armi nucleari non servono a nessuno scopo militare o strategico legittimo, viste le conseguenze umane e ambientali catastrofiche di qualsiasi loro uso”. Gli ex capi di Stato incalzavano i Paesi occidentali a “rifiutare da subito di accettare che le armi nucleari svolgano qualsiasi ruolo nella difesa nazionale”. E concludevano: “Dobbiamo mostrare coraggio e audacia e aderire al Trattato”. Parole cadute nel vuoto.

Ignorata anche la risoluzione della commissione Affari Esteri della Camera, che nel giugno 2022 aveva chiesto al governo Draghi che l’Italia partecipasse come “Paese Osservatore” alla Prima Conferenza degli Stati Parti del Trattato, al pari di alleati NATO come Germania, Norvegia, Paesi Bassi e Belgio. Pur non essendo un Paese nucleare, l’Italia partecipa al nuclear sharing della NATO perché ospita una quarantina di bombe nucleari USA nelle basi militari di Ghedi (Brescia) e di Aviano (Pordenone): a breve, i vecchi ordigni saranno sostituiti con le più moderne B61-12. Dopo continui rinvii, infatti, nel novembre 2022 l’Aeronautica militare USA ha aggiornato le norme di sicurezza per consentire il trasporto delle nuove bombe. Se l’Italia aderisse al TPNW, dovrebbe restituire le atomiche a Washington, come peraltro auspicato dalla maggioranza degli italiani in tutti i sondaggi sul tema.

Greenpeace torna quindi a chiedere che l’Italia ratifichi il TPNW. Dopo l’invasione russa dell’Ucraina, del resto, nessuno può più sostenere che il rischio nucleare sia appannaggio della guerra fredda. Per la sicurezza di tutte e tutti, “#Italia Ripensaci”.