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Il gas non è la scelta giusta per la transizione ecologica, ecco chi c’è dietro alla folle strategia nemica dell’ambiente

La corsa al gas è voluta e guidata dalle industrie fossili, che hanno colto l’opportunità di salvaguardare i propri interessi sfruttando l’emergenza scatenata dalla guerra in Ucraina

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Foto Shutterstock
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Perché il gas non è la scelta giusta per la transizione ecologica. A seguito dello scoppio della guerra tra Ucraina e Russia tutti gli stati dell’Unione Europea hanno iniziato a diversificare la provenienza delle loro importazioni di combustibili fossili, in particolare di gas. Questa scelta di sostituire il gas russo con quello proveniente da altri Paesi – dall’Algeria al Congo, fino ad arrivare all’import di Gas Naturale Liquefatto (GNL) dagli Stati Uniti – è stata fortemente voluta e guidata dalle industrie fossili che hanno colto l’opportunità di salvaguardare i loro interessi “grazie” alla guerra. 

Se fino al 24 febbraio 2022 in Europa si parlava, anche se con difficoltà, di transizione energetica, con il tempo la parola “sicurezza” ha sostituito il termine “transizione”. Nel nostro Paese questo cambio di prospettiva è stato suggellato dalla scelta del governo Meloni di trasformare il Ministero della Transizione Ecologica nel Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica. Facile ipotizzare che l’obiettivo primario di questo governo non sia più quello di effettuare la giusta transizione ecologica di cui la nostra società ha un estremo bisogno, ma di garantire l’arrivo di sempre più gas fossile nel nostro Paese. Una decisione che ignora completamente i moniti della comunità scientifica, dati gli attuali livelli di CO2 in atmosfera.

In particolare, gli investimenti che il nostro continente sta portando avanti per l’import e l’utilizzo di gas dagli Stati Uniti non sono limitati – come ci viene raccontato dai principali media e dalla politica – a un periodo emergenziale bensì più a lungo termine, sia a livello infrastrutturale, sia con la sottoscrizione di contratti pluriennali. Attualmente in Europa sono stati proposti 38 terminali di rigassificazione e ne sono in costruzione otto; solo in Italia ce ne sono tre (Panigaglia in Liguria, Livorno in Toscana e Porto Viro in Veneto) e due in attivazione (Ravenna e Piombino). Secondo il nuovo studio di Greenpeace USA “Who Profits From War – How Gas Corporations Capitalise on War in Ukraine”, con l’entrata in funzione di tutti e 38 i terminali le emissioni dell’Europa potrebbero potenzialmente aumentare di 950 milioni di tonnellate di CO2 equivalenti all’anno. 

I costi ambientali ed economici del gas

Se da un lato l’IPCC e la comunità scientifica  concordano sulla necessità di non utilizzare più i combustibili fossili, dall’altro anche l’Agenzia internazionale dell’energia, lo scorso dicembre, ha lanciato un monito sul GNL. Nel report “How avoid gas shortages in the European Union”, l’agenzia avverte che le forniture di GNL non sono illimitate e che con l’aumento previsto dell’import cinese a causa della ripresa delle attività produttive, il gas a disposizione potrebbe essere insufficiente per coprire tutte le richieste e si rischiano nuovi aumenti dei prezzi. 

Legarci al gas statunitense potrebbe dunque far aumentare le emissioni climalteranti. Si rischia inoltre un aumento dei prezzi (strettamente legato all’aumento della domanda), che potrebbe finire per gravare sulle bollette di cittadine e cittadini.

Nonostante queste previsioni, anche l’Italia ha deciso di legarsi al gas statunitense. Una scelta suffragata da una massiccia campagna comunicativa dell’industria fossile, che presenta questo gas (e quindi i rigassificatori che ci permetteranno di usarlo) come la “salvezza energetica” per l’Europa. 

Il gas non è la scelta giusta per la transizione ecologica. Qualunque sia la sua provenienza, il suo impiego per il riscaldamento o per la produzione di energia elettrica, il gas fossile ha un elevato impatto in termini di emissioni di gas serra. Se oltre al suo impiego si prende in considerazione l’intero processo di estrazione e di trasporto (tramite gasdotti o navi gasiere), si hanno elevate emissioni (comprese quelle accidentali) di metano in atmosfera. Le cosiddette emissioni fuggitive del metano devono essere prese in considerazione e contabilizzate poiché, in un arco di tempo di vent’anni, il potere climalterante del metano (GWP 20) è 85 volte superiore a quello dell’anidride carbonica. Aumentare le estrazioni, il trasporto e l’uso del gas fossile è quindi un crimine nei confronti dell’ambiente e delle future generazioni.

L’impronta carbonica del GNL (Gas Naturale Liquefatto)

Se il gas è dannoso per il nostro futuro, quello statunitense, seppur venduto come “salvifico” per il nostro continente, è ancora più dannoso per il clima. La sua impronta di carbonio è molto più alta rispetto al gas fossile che arriva in Europa tramite i gasdotti. L’intensità di carbonio del GNL che giunge ai rigassificatori è quasi quattro volte superiore al gas trasportato tramite pipeline, questo perché vanno presi in considerazione anche le emissioni legate al trasporto, alla liquefazione e alla rigassificazione. Se l’impronta di carbonio media europea del gas commercializzato tramite gasdotto è di 35 kg CO2eq/boe (barile di petrolio equivalente), quella del gas proveniente dagli Stati Uniti ha un valore medio di 75 kg CO2eq/boe. Quindi non solo abbiamo ceduto alle industrie fossili dimenticando la transizione per i loro interessi, ma stiamo anche legando il nostro Paese a un combustibile più impattante di quello che avremmo già dovuto abbandonare.

Ma tutto questo gas ci serve e ci salverà o ci condannerà all’inferno climatico? Nella sola prima metà del 2022, gli Stati Uniti sono risultati il ​​principale fornitore di GNL dell’Unione Europea, con quasi il 50% delle importazioni totali. Negli ultimi quattro anni l’aumento di import di GNL statunitense da parte dell’UE è stato pari al 1767%, e del 140% nel solo 2021. 

La situazione italiana è del tutto analoga a quella dell’Europa: nel 2022 il nostro Paese è stato il quarto Stato europeo per import di gas americano (quinto se si considera anche il Regno Unito); prima di noi solo Francia, Spagna e Paesi Bassi. L’import dagli Stati Uniti è aumentato del 630% in 5 anni e del 240% nel solo 2022; di tutto il GNL proveniente dagli Stati Uniti, il 4% (3,25 miliardi di metri cubi) arriva in Italia.

L’alternativa rinnovabile

Questo gas non ci serve e potremmo farne a meno. Nell’ultimo anno i consumi di gas in Italia sono diminuiti del 9,8% e, secondo dati di Elettricità Futura, sbloccando le autorizzazioni per le nuove rinnovabili potremmo installare 85 GW in otto anni riducendo le importazioni di gas di 160 miliardi di metri cubi e risparmiando 110 miliardi di euro. Il gas non è quindi la soluzione di cui abbiamo bisogno: serve sbloccare le rinnovabili, incentivare le installazioni e puntare sul risparmio energetico. Legarci ancora una volta a un combustibile altamente climalterante proveniente dall’estero dimostra che non abbiamo imparato dal passato e non crediamo veramente nella transizione energetica. Gli studi lo dimostrano: un futuro senza combustibili fossili è possibile, ma si deve agire ora con coraggio.

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