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Crisi climatica, i media non ne parlano e nascondono cause e responsabili: eppure stiamo rischiando l'estinzione

Il monitoraggio periodico su giornali e tv di Greepeace è chiaro: la crisi climatica continua a trovare poco spazio nei media italiani. I dati.

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Crisi climatica, i media non ne parlano e nascondono cause e responsabili: eppure stiamo rischiando...

I nuovi dati diffusi nei giorni della COP27 confermano che la crisi climatica continua a trovare poco spazio nei media italiani, e viene raccontata nascondendo cause e responsabili.

Mentre è in corso il vertice sul clima di Sharm el-Sheik (COP27) pubblichiamo i nuovi risultati del nostro monitoraggio periodico sulla copertura mediatica della crisi climatica in Italia, avviato con l’Osservatorio di Pavia lo scorso gennaio. Il monitoraggio esamina come la crisi climatica viene raccontata nelle edizioni cartacee dei cinque quotidiani nazionali più diffusi (Corriere della Sera, la Repubblica, Il Sole 24 Ore, Avvenire, La Stampa), dai telegiornali serali delle reti Rai, Mediaset e La7 e da un campione di 6 programmi televisivi di approfondimento. I nuovi dati si riferiscono al secondo quadrimestre dell’anno, nel periodo fra maggio e agosto 2022, nei mesi più interessati dagli eventi estremi che quest’estate hanno flagellato l’Italia.

La crisi climatica sulla stampa

I risultati mostrano come nel secondo quadrimestre dell’anno i principali quotidiani italiani abbiano pubblicato in media tre articoli al giorno in cui si parla esplicitamente della crisi climatica (si va dai 2,5 articoli al giorno di Repubblica e La Stampa, ai 3,5 di Avvenire). Si tratta di un aumento significativo rispetto al primo quadrimestre, con un picco nel mese di luglio, dovuto soprattutto alle preoccupazioni per la siccità e per le ondate di calore che hanno colpito l’Italia, ma ancora distante dall’attenzione che meriterebbe l’emergenza ambientale più importante della nostra epoca. 

Si conferma invece l’ampio spazio offerto dai giornali alle pubblicità dell’industria dei combustibili fossili e delle aziende dell’automotive, aeree e crocieristiche, tra i maggiori responsabili del riscaldamento del pianeta: sul Sole 24 Ore si contano quasi 5 pubblicità di queste aziende inquinanti a settimana, mentre la media su tutti i giornali è di oltre 3 pubblicità a settimana. L’influenza del mondo economico sulla stampa emerge anche esaminando il modo in cui i principali quotidiani italiani raccontano la crisi climatica. Negli articoli dedicati al riscaldamento del pianeta, infatti, le aziende si confermano il soggetto che ha più voce in assoluto (16,3%), superando gli esperti (15,3%), i politici (12,8%) e le associazioni ambientaliste (12,2%). 

In base ai risultati dello studio, abbiamo aggiornato la classifica dei principali quotidiani italiani, valutati mediante cinque parametri:

 1) quanto parlano della crisi climatica;2) se tra le cause citano i combustibili fossili; 3) quanta voce hanno le aziende inquinanti; 4) quanto spazio è concesso alle loro pubblicità;5) se le redazioni sono trasparenti rispetto ai finanziamenti ricevuti dalle aziende inquinanti. Quest’ultimo parametro è stato valutato con un questionario inviato ai direttori delle cinque testate, a cui ha risposto parzialmente solo Avvenire. 

Considerando la media dei cinque parametri, Avvenire raggiunge la sufficienza (3,2 punti su 5), scarsi invece i punteggi di La Stampa (2,6) e Repubblica (2,4), mentre in fondo alla classifica si trovano il Corriere e Il Sole 24 Ore (2,2).

La crisi climatica in TV

Per quanto riguarda invece la televisione, le immagini drammatiche della siccità e della tragedia della Marmolada hanno favorito la crescente copertura da parte dei telegiornali di prima serata, dove si è parlato di crisi climatica in circa il 2,5% delle notizie trasmesse. Il TG1 è il telegiornale che ha dedicato più attenzione al problema, mentre peggio di tutti ha fatto il TG La7 di Enrico Mentana, che ha trattato di cambiamenti climatici appena una volta a settimana. 

Più confortante l’operato dei programmi televisivi di approfondimento, in cui si è dato spazio alla crisi climatica in 104 delle 385 puntate monitorate nei quattro mesi dell’indagine, pari al 27% del totale. Si tratta di un deciso incremento rispetto al primo quadrimestre dell’anno, quando si era parlato di crisi climatica in appena il 6% delle puntate. La trasmissione più virtuosa è Unomattina di Rai1, mentre in fondo alla classifica si piazzano le due trasmissioni di La7 monitorate: L’Aria che tira e Otto e mezzo/In onda. Considerando che i risultati peggiori sono ottenuti dal TG e dai programmi di approfondimento di La7, e che la linea editoriale di questo canale televisivo privilegia il racconto della politica, i risultati appaiono come una conferma indiretta che i politici italiani si disinteressano del riscaldamento del pianeta, come già dimostrato dalla sostanziale assenza della crisi climatica dai discorsi dei leader di partito durante l’ultima campagna elettorale. 

L’influenza delle aziende fossili sull’informazione

I nuovi dati confermano l’influenza che le aziende del gas e del petrolio esercitano sulla stampa italiana, pericolosamente dipendente da inserzioni pubblicitarie infarcite di greenwashing che inquinano l’informazione e impediscono all’opinione pubblica di conoscere la verità sull’emergenza climatica. Lo dimostra anche il fatto che le fonti fossili e le aziende del gas e del petrolio sono citate raramente tra le cause del riscaldamento globale, pur essendone i principali responsabili: nel racconto dei media, la crisi climatica resta in gran parte un delitto senza colpevoli. La maggiore attenzione mediatica osservata nel secondo quadrimestre dell’anno è certamente un segnale positivo, ma purtroppo si deve in gran parte agli impatti ormai visibili che la crisi climatica ha sul fragile territorio italiano, in un crescendo di danni e vittime che risulta ancora più insopportabile al cospetto dell’inazione della politica.

Il ruolo del giornalismo è cruciale contro il greenwashing e le false soluzioni che ritardano le azioni necessarie per affrontare la crisi ecologica e climatica. Ma deve essere libero dai condizionamenti delle aziende inquinanti, per informare correttamente i cittadini sulla gravità dell’emergenza ambientale e stimolare politiche più ambiziose a difesa delle persone e del pianeta.

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