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Mari bollenti: il caldo record del Mediterraneo causa eventi climatici estremi e impatta sulla biodiversità

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Mari bollenti: il caldo record del Mediterraneo causa eventi climatici estremi e impatta sulla...

Il Segretario dell’ONU, Antonio Guterres, è stato molto chiaro: siamo entrati nell’era dell’ebollizione globale. I record di temperatura registrati a luglio si sprecano e, senza che in Italia se ne sia parlato più di tanto, a Jerzu (Nuoro, Sardegna) il termometro ha toccato i 48,2°C: record europeo di sempre per le temperature del mese di luglio e record assoluto europeo per quest’anno.

Devastazioni di ogni tipo hanno segnato queste ultime settimane (alluvioni, tempeste, incendi) ma c’è un’altra cosa che in molti hanno notato, cercando refrigerio lungo le coste: le anomale temperature dei nostri mari.

Sul sito spagnolo del CEAM è possibile visualizzare mappe con i rilevamenti satellitari più recenti delle temperature della superficie del mare e  le tendenze dell’andamento delle temperature nel Mediterraneo. Un grafico (fig. 1), in particolare, ci dice bene che cosa sta succedendo:  rappresenta la successione delle temperature medie registrate nel Mar Mediterraneo negli ultimi decenni – le annate più recenti sono state evidenziate con dei colori, mentre la linea nera indica la media generale.

Fig. 1 Grafico che illustra il trend delle temperature medie di superficie del Mar Mediterraneo (Fonte: CEAM)

Quel che risulta estremamente evidente è l’impennata delle temperature del Mediterraneo che nell’arco di appena due settimane (intorno alla metà di luglio 2023) si è riscaldato molto più che in quasi due mesi dello scorso anno. Non dimentichiamo che il 2022 è stato un anno assai più bollente della media: il sesto  più caldo mai registrato  nell’emisfero settentrionale, con oltre 61 mila morti in Europa e il numero più alto di  vittime in Italia con oltre 18 mila decessi dovuti al caldo.

Nel grafico si vede bene come negli ultimi giorni le temperature del Mediterraneo stiano scendendo. Ma c’è molto altro da vedere. Ad esempio, si nota come nei mesi invernali il mare sia sempre meno freddo. Può sembrare un fattore poco rilevante, ma il raffreddamento delle acque superficiali facilita il rimescolamento delle acque, la risalita di sostanze nutrienti dai fondali e, quindi, anche la “produttività” del mare. È difficile fare previsioni su tutto il Mediterraneo (un mare semi chiuso con molte variabili locali) ma in generale per gli oceani sono prevedibili “… un aumento della stratificazione verticale e una diminuzione dell’apporto di nutrienti inorganici nella zona eufotica, cioè illuminata, in mare aperto con relative conseguenze sulla produttività”.

Un esemplare di vermocane, tra le specie che, a causa dell’aumento delle temperature del mare, sempre più numerose popolano il Mediterraneo

L’ondata di calore di questo luglio, ovviamente, non ha colpito solo il Mediterraneo. In Florida, ad esempio, sono state registrate temperature superficiali di oltre 38°C, con prospettive poco allegre per le barriere coralline delle Florida Keys. Nel Mediterraneo siamo arrivati “solo” a 28,7°C, temperatura registrata in Spagna, dove i dati satellitari confermano la presenza di un riscaldamento anomalo.

D’altra parte, i citati grafici del CEAM mostrano un aumento generalizzato delle temperature del bacino Mediterraneo, un fenomeno che purtroppo non è senza conseguenze anche lungo le coste italiane, come dimostra il terzo rapporto del progetto Mare Caldo di Greenpeace, redatto dalle ricercatrici del DISTAV (Dipartimento di Scienze della Terra, Ambiente e Vita) dell’Università di Genova.

Il rapporto dimostra cambiamenti nella biodiversità marina, con la scomparsa delle specie più sensibili caratteristiche del nostro mare e l’invasione di altre, spesso aliene, che meglio si adattano a un mare sempre più caldo. Possono essere specie “tropicali” (ad esempio, aumentano le segnalazioni in Italia del pericoloso pesce scorpione), ma anche specie come il pericoloso vermocane, una volta limitato al Mediterraneo orientale ma che ormai è arrivato fino all’Arcipelago Toscano. Come sulle barriere coralline, anche da noi ci sono segni di sbiancamento e necrosi in varie specie come le gorgonie, la madrepora Cladocora caespitosa e le alghe corallinacee incrostanti (in alcune aree, la percentuale di alghe sbiancate supera il 60%). Gli impatti sono in genere meno pronunciati nelle aree marine protette che ci servono – e subito – per mettere in sicurezza gli ecosistemi. Nel frattempo, dobbiamo comunque ridurre le emissioni di gas serra, altrimenti i danni saranno consistenti.

Segni di sbiancamento e necrosi visibili su un esemplare di gorgonia, documentati nel Mar Mediterraneo da Greenpeace Italia durante la spedizione “C’è di mezzo il mare”

Un altro capitolo doloroso è quello della decimazione della Pinna nobilis, il grande bivalve del Mediterraneo di cui abbiamo osservato centinaia di esemplari morti. Una situazione gravissima a cui si sta tentando di riparare prelevando i pochi esemplari ancora vivi che vengono “raggruppati” in aree idonee sperando di favorire così la riproduzione della specie. Questi molluschi rilasciano infatti in mare uova e sperma: difficile si possano incontrare se gli esemplari sono a chilometri di distanza!

Il progetto “Mare caldo” ci ha poi permesso di capire cosa succede all’enorme quantità di calore che si accumula in superficie nei mesi estivi: osservazioni dello scorso autunno nel Tirreno settentrionale hanno mostrato come il significativo assorbimento di calore nei mesi di luglio e agosto 2022 (con anomalie di temperatura superficiale dell’ordine di 2°C) sono state seguite da una distribuzione del calore più in profondità, con temperature che tra 30 e 40 metri hanno raggiunto i 22°C (Isola d’Elba) fino a ottobre. Sono proprio queste anomalie a causare gli effetti rilevati sui popolamenti dei fondali.

Un esemplare di Pinna nobilis, osservato da Greenpeace Italia durante la spedizione “C’è di mezzo il mare”: il grande bivalve del Mediterraneo è tra le specie decimate dalle temperature anomale dei nostri mari

Ma gli impatti sulla vita marina non sono i soli che devono preoccuparci. Il mare ha “accumulato” il 90% del calore prodotto dal riscaldamento globale antropico che abbiamo causato bruciando carbone, petrolio e gas fossile nell’ultimo mezzo secolo: oltre il 60% di questo calore è nei primi 700 metri della colonna d’acqua. Tra il 1971 e il 2018, l’oceano ha assorbito la fantasmagorica cifra di 396 zettajoule (cioè 396 x 1021 joule). Che fine fa tutta quest’energia? Ovviamente, aumenta le temperature del mare, in superficie e pian piano anche in profondità. Ma una parte si sfoga sotto forma di uragani e tempeste.

L’era dell’ebollizione globale del Segretario ONU, Guterres, è anche un’era di fenomeni meteo estremi sempre più frequenti, in parte a causa dell’enorme energia accumulata dal mare. Una ragione in più per interrompere al più presto la pulsione suicida che ci spinge a scaldare il nostro Pianeta. Come dice Guterres, “è ancora possibile limitare l’aumento delle temperature a 1,5°C ed evitare il peggio del cambiamento climatico. Ma solo con un’azione decisa e immediata”. Anche perché nei nostri mari c’è ancora tanto che vale la pena salvare. Sbrighiamoci!

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