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L’Italia punta su armi e spese militari, ma ci rimettiamo tutti

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L’Italia punta su armi e spese militari, ma ci rimettiamo tutti

Siamo di fronte all’estendersi e all’aggravarsi dei conflitti: l’invasione russa dell’Ucraina, la guerra di Israele a Gaza in un Medio Oriente in cui si moltiplicano le azioni militari, e le tante guerre in Asia e Africa lontane dall’attenzione dell’Occidente. Come analizza il nostro ebook gratuito realizzato con Sbilanciamoci!, l’Europa e l’Italia sono coinvolte in misura crescente e hanno preso la strada dell’aumento della spesa per le armi e della militarizzazione dell’economia.

Nell’ultimo decennio (2013-2023) le spese militari hanno registrato un aumento record: +46% nei Paesi NATO-UE e +30% in Italia. Un balzo trainato dall’acquisto di nuove armi: +168% nei Paesi NATO- UE e +132% in Italia. In un decennio, la spesa italiana per i nuovi sistemi d’arma è passata da 2,5 miliardi di euro a 5,9 miliardi.

Un aumento fuori scala rispetto agli altri investimenti pubblici

Un incremento che contrasta con la stagnazione dell’economia europea. Nello stesso periodo, il Pil dei Paesi NATO-UE è cresciuto solo del 12%, il Pil italiano ancora meno: solo del 9%. Anche l’occupazione è cresciuta molto poco dal 2013 al 2023: +9% nei Paesi NATO-UE e +4% in Italia. La spesa per le armi nei Paesi NATO della UE, insomma, è cresciuta 14 volte più velocemente del loro Pil complessivo.

L’aumento fuori scala della spesa per le armi è particolarmente evidente in Italia, dove la spesa per i servizi prioritari è rimasta al palo: dal 2013 al 2023, nonostante il Covid, il budget per la sanità è aumentato solo dell’11%, la spesa per l’istruzione è cresciuta solo del 3% e la spesa per la protezione ambientale solo del 6% nonostante l’aggravarsi della crisi climatica.

Un pericolo per la pace 

La scelta della militarizzazione non si giustifica sulla base delle esigenze di sicurezza dell’Europa, che sarebbe meglio garantita da accordi politici e diplomatici, iniziative di prevenzione e risoluzione dei conflitti, controllo degli armamenti e processi di disarmo. Al contrario, questa strategia può portare a una nuova corsa agli armamenti, con l’effetto immediato di destabilizzare ulteriormente l’ordine internazionale.

La sicurezza, del resto, non può essere intesa solo in termini militari, come evidenziato anche dall’adozione da parte delle Nazioni Unite del concetto di “human security”, secondo cui per mantenere la pace si devono tutelare i diritti civili, politici, economici, sociali e culturali, insieme alle condizioni ambientali e climatiche.

Un cattivo affare per l’economia

Inoltre, spendere nelle armi è un “cattivo affare” anche per l’economia. In Italia, 1 euro speso per l’acquisto di armi mette in moto un aumento della produzione interna di soli 0,74 euro. La stessa cifra investita in altri settori pubblici ha invece un effetto moltiplicatore quasi doppio, con un aumento della produzione pari a 1,9 euro nella protezione ambientale, 1,5 euro nella sanità e 1,25 euro nell’istruzione. Uno scarto ancora maggiore si registra nell’impatto occupazionale: 1.000 milioni di euro spesi nelle armi creano solo 3.000 nuovi posti di lavoro, mentre nel settore dell’istruzione lo stesso investimento creerebbe quasi 14.000 nuovi posti, più di 12.000 nella sanità e quasi 10.000 nuovi posti nella protezione ambientale. In pratica, circa 4 volte tanto.

Investire in armamenti è un cattivo affare per la pace e l’economia. Per questo, chiediamo al governo italiano di fermare la corsa agli armamenti e usare quei fondi per promuovere la pace, la lotta alla povertà e alla crisi climatica.

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