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Il boomerang del 2% alla difesa

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Il boomerang del 2% alla difesa

La guerra in Ucraina ha scatenato, in Italia e nel resto d’Europa, una corsa ad aumentare le spese militari al 2 per cento del Pil. Ma sono anni che il mondo si sta armando senza che la sicurezza delle persone sia migliorata. E c’è chi vorrebbe impiegare i nuovi fondi per proteggere anche le fonti fossili

di Sofia Basso, Unità investigativa Greenpeace

Negli ultimi dieci anni, la spesa militare mondiale è cresciuta del 9,3 per cento, ma il livello di conflittualità è aumentato del 6,5 per cento, mentre il tasso di sicurezza è sceso del 2,5 per cento. Più armi, evidentemente, non ci rendono più sicuri. Eppure, l’invasione dell’Ucraina ha scatenato una corsa al riarmo.

Così, malgrado i Paesi Ue spendano già il triplo della Russia per la difesa, ha ripreso vigore una vecchia richiesta Usa agli alleati: portare il budget militare al 2 per cento del Pil. Già in risposta all’invasione russa della Crimea (2014), i Paesi Nato si erano impegnati a raggiungere quell’obiettivo entro il 2024, ma senza la ratifica parlamentare quel proposito non era vincolante, e infatti nel 2020 solo 11 membri su 30 avevano centrato quel traguardo (Stati Uniti, Grecia, Estonia, Regno Unito, Polonia, Lettonia, Lituania, Romania, Francia, Norvegia e Slovacchia).

Il primo Paese a rompere gli indugi mentre i carri armati russi avanzavano sulle città ucraine è stato la Germania: il premier rosso-verde Olaf Scholz ha annunciato il raddoppio del budget per la difesa – che quest’anno supererà la cifra record dei 100 miliardi di euro – e ha fissato la spesa militare tedesca oltre il 2 per cento del Pil. Anche Danimarca e Svezia hanno annunciato che raggiungeranno l’obiettivo del 2 per cento nel corso dei prossimi 10 anni. 

La posizione dell’Italia

Il 16 marzo anche l’Italia ha preso una posizione ufficiale con l’approvazione, a larga maggioranza, di un ordine del giorno bipartisan presentato alla Camera dalla Lega (e firmato anche da Pd, Fi, Iv, M5S e FdI) che impegna il governo “ad avviare l’incremento delle spese per la Difesa verso il traguardo del 2 per cento del Pil”. Una mossa che, secondo i calcoli dell’Osservatorio Milex, porterebbe il budget militare italiano dagli attuali 25 miliardi di euro a circa 38 miliardi: 104 milioni di euro al giorno. Ancora più alte le stime del primo firmatario della proposta, il leghista Roberto Paolo Ferrari, secondo il quale il traguardo del 2 per cento farebbe schizzare la spesa militare a 40 miliardi di euro. Quasi il doppio del bilancio della Difesa 2019, quando il nostro Paese era molto lontano dal traguardo Nato.

Con l’arrivo di Lorenzo Guerini al ministero, la spesa militare è aumentata considerevolmente – in particolare nell’investimento nei nuovi sistemi d’arma (+85% tra il 2019 e il 2022) – arrivando all’1,4% del Pil. Sotto il peso della crisi economica e pandemica, però, quasi nessuno osava proporre apertamente l’obiettivo del 2 per cento: al massimo la richiesta era di adeguarsi alla media europea (stimata al 1,58% per il 2030). Poi è arrivata la guerra in Ucraina e ogni remora è saltata, anche se alla crisi economica legata al Covid-19 si è nel frattempo aggiunto anche il caro energia. I firmatari dell’ordine del giorno collegato al decreto Ucraina parlano di “un passaggio storico” e sottolineano che si tratta di “un indirizzo vincolante” per il governo.

L’esecutivo, comunque, stava già andando in quella direzione. Nell’informativa al Senato del 1° marzo, Mario Draghi è stato molto esplicito: “La minaccia portata oggi dalla Russia è una spinta a investire nella difesa più di quanto abbiamo mai fatto finora”. Sulla stessa lunghezza d’onda le dichiarazioni stampa del ministro Guerini: “Il contesto attuale ci impone di fare di più, non solo sul piano finanziario, ma anche sull’aggiornamento dello strumento militare”. Senza troppe sorprese, al vertice di Versailles i capi di Stato dei Paesi membri si sono impegnati ad “aumentare sostanzialmente le spese per la difesa, con una quota significativa per gli investimenti” (cioè nuove armi). Secondo una stima di Affari internazionali, “l’insieme dei Paesi Ue potrebbe arrivare a investire nella difesa circa 264 miliardi di euro all’anno contro gli attuali 198”: 66 miliardi in più ogni anno, pari a un aumento del 33% per cento (su un totale a sua volta già cresciuto del 25% rispetto al 2014). Ma il totale potrebbe essere ancora più alto: citando calcoli della Commissione europea, Mario Draghi ha fatto riferimento allo “0,6 del Pil dell’Unione Europea, che è quello che ci separa dal livello deciso dalla Nato”. 

Una spesa militare già alta ma inefficiente

Eppure, uno studio del Parlamento europeo aveva drasticamente bocciato la spesa per la difesa dei Paesi Ue, in quanto inefficiente, frammentata e con duplicazioni di costi: piuttosto che aumentarla, suggeriva il rapporto, bisognava migliorarla. Raul Caruso, docente della Cattolica di Milano e uno degli autori dello studio, è tornato recentemente sul tema per avvertire che la guerra potrebbe addirittura accentuare la frammentazione delle politiche di difesa dei Paesi membri. A dimostrare che non è l’ammontare della spesa per la difesa a garantire la sicurezza c’è anche il fatto che il budget militare totale dei Paesi Nato è già 18 volte superiore a quello della Federazione russa.

Ma la guerra “dietro casa” sta spingendo verso la moltiplicazione delle spese militari: l’esatto opposto di quanto auspicato solo pochi mesi fa da 50 premi Nobel e accademici, che nel dicembre 2021 avevano lanciato un appello per ridurre del 2 per cento la spesa militare mondiale per raccogliere mille miliardi di dollari in 5 anni da impiegare contro il cambiamento climatico, le pandemie e la povertà. Soldi che, invece, per almeno un quinto andranno ad accrescere i bilanci dell’industria militare, che sta già registrando forti rialzi in borsa. Le indicazioni Nato, infatti, prevedono che almeno il 20 per cento della spesa per la Difesa debba andare al capitolo “investimento” (nuovi sistemi d’arma). L’Italia figura anche tra i nove Paesi Ue – assieme a Grecia, Estonia, Ungheria, Lettonia, Lituania, Polonia, Romania e Slovenia – che avrebbero chiesto di escludere le spese militari dal Patto di stabilità dell’Unione

Armi per difendere gas e petrolio: il ruolo delle fonti fossili 

L’ordine del giorno sul 2 per cento, approvato con 391 voti a favore, 19 contrari e 7 astenuti, è figlio della commissione Difesa di Montecitorio, e infatti è stato sottoscritto da tutti i capigruppo, nonché dal presidente stesso, Gianluca Rizzo (M5S). A dare parere favorevole per conto dell’esecutivo è stato il sottosegretario alla Difesa Giorgio Mulè (Forza Italia), lo stesso che in live talk organizzato ai primi di marzo da una testata di settore aveva proposto ai capigruppo della commissione Difesa “un patto per raggiungere o addirittura superare l’obiettivo del 2 per cento” entro la fine della prossima legislatura (2028).

Termine temporale che non compare nel testo approvato dalla Camera, che fa invece riferimento a un “sentiero di aumento stabile nel tempo, che garantisca al Paese una capacità di deterrenza e protezione, a tutela degli interessi nazionali, anche dal punto di vista” – udite udite – “della sicurezza degli approvvigionamenti energetici”. Insomma, non si chiede solo un aumento stratosferico delle spese per la difesa (compresa l’acquisizione di “missili da crociera da imbarcare sulle piattaforme navali”), ma anche di tutelare con le armi gli approvvigionamenti energetici, cioè quelle fonti fossili che il Paese deve dismettere prima possibile.

Scegliere le rinnovabili è l’unica soluzione

La risposta all’eccessiva dipendenza italiana dal gas russo, infatti, non può basarsi sul ritorno al carbone o sul gas domestico, né su un aumento delle importazioni di gas da altri Paesi. Come segnalato dalla relazione dell’intelligence italiana, l’Italia può assicurare “livelli di domanda molto elevati anche in caso di interruzione della principale infrastruttura di importazione, ossia del gasdotto che trasporta i flussi in arrivo dalla Russia”. Quindi non servono soluzioni emergenziali.

Al di là delle dichiarazioni di Mario Draghi all’indomani dell’attacco all’Ucraina, però, il nostro Paese stenta a imboccare la strada giusta sulle rinnovabili: “La bozza del decreto FER 2, con solo 4 GW totali di impianti innovativi (biomasse, biogas, eolico offshore, solare termodinamico, geotermia) per i bandi 2022-2026, rappresenta un obiettivo già di per sé modesto, ma ancor più insufficiente come risposta alla crisi”, dice a Greenpeace Giovanni Battista Zorzoli, tra i maggiori esperti in campo energetico e membro dell’Associazione italiana economisti dell’energia.

Eppure, investire sulle fonti rinnovabili avrebbe costi bassi per lo Stato. Come spiega l’ex docente del Politecnico di Milano, “le tecnologie necessarie allo sviluppo delle rinnovabili sono disponibili. Non mancano gli investitori italiani e stranieri interessati a investire nel settore, investimenti che nel solo comparto elettrico saranno pari a circa 100 miliardi in questo decennio. Trattandosi di investimenti produttivi – oltre tutto in grado di creare 90.000 posti di lavoro, in larga misura qualificati, per di più riducendo di 50 milioni di tonnellate le emissioni di CO2 – stiamo parlando di un’opportunità, non di un costo”. 

Zorzoli conferma che, come sostenuto anche dal Presidente del Consiglio, “il principale ostacolo alla realizzazione degli obiettivi al 2030 rimane la lunghezza dei procedimenti autorizzativi”. Se l’Italia non cambia passo, avverte, l’obiettivo 2030 per le rinnovabili elettriche verrebbe raggiunto nel 2090, con 60 anni di ritardo: “È quindi ormai indifferibile un provvedimento che, in caso di mancato ri­spetto degli obblighi e degli im­pegni finalizzati all’attuazione del Pniec da parte degli enti locali o di qualsiasi altro soggetto attuatore, autorizzi il Governo a procedere alla nomina di com­missari, con il potere di prendere i provvedimenti necessari al potenziamento delle infrastrutture, e di avocare a sé gli iter autorizzativi regionali per gli impianti di produzione”.

Zorzoli delinea anche la road map per arrivare all’obiettivo di decarbonizzazione fissato dal Green Deal europeo: “Nel 2030 la produzione con fonti rinnovabili dovrebbe sostituire poco meno del 40% di quella fossile, con una punta massima del 72% nel settore elettrico. Il 50% dovrebbe essere quindi superato nel decennio successivo, con il settore elettrico prossimo al 100%”. Ultimo passaggio: “Con il completamento della decarbonizzazione dei settori ‘hard to abate’ (chimica, cementifici, siderurgia) grazie all’impiego di idrogeno green, secondo i principali scenari la neutralità carbonica sarebbe raggiungibile anche con una residua percentuale di utilizzo di combustibili fossili per produrre l’energia non elettrica”.

L’Italia, insomma, potrebbe arrivare ad emissioni zero in poche mosse, invece è ancora inchiodata a prospettive fossili, con il ministro degli Esteri impegnato in innumerevoli incontri diplomatici, a fianco dell’amministratore delegato di Eni, per sostituire il gas russo con il gas africano e mediorientale. Con buona pace degli obiettivi del Patto verde europeo e della sicurezza delle persone.

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