Beni comuni... come si passa dalla teoria alla pratica (anche a Bologna)

di Stefano Spillare

L’autore è giovane e bravo, già intensamente impegnato nella politica attiva e, a quanto sembra, proiettato a fare la differenza nel prossimo futuro attraverso un non comune pragmatismo. Il libro, non per nulla, si intitola, “Beni comuni. Dalla Teoria all’azione politica”, è stato presentato al locale “Le Scuderie” a Bologna lo scorso 17 gennaio, ed è scritto da Alberto Lucarelli, docente di diritto pubblico all’Università di Napoli Federico II, assessore del Comune di Napoli ai beni comuni, componente della Commissione Rodotà per la riforma del regime civilistico della proprietà pubblica e per la difesa dei beni comuni, nonché redattore dei quesiti referendari contro la privatizzazione dell’acqua.


In Comune di Napoli, infatti, ha dato una delle risposte più concrete ed immediate alla volontà espressa dai 27 milioni di italiani che hanno votato contro la privatizzazione dell’acqua, introducendo l’innovativo assessorato ai beni comuni e alla partecipazione democratica e trasformando l’Arin, la spa che gestisce i servizi idrici della città, nell’ABC (Acqua Bene Comune) a controllo completamente pubblico.


Il tema dei “beni comuni”, tuttavia, non è un tema semplice. Esso ha preso piede nel nostro Paese soprattutto a partire dal progetto dell’ex Ministro Pdl Andrea Ronchi, il quale aveva proposto una legge per la privatizzazione del servizio idrico nazionale al fine di ottemperare alle disposizioni comunitarie.
Le contestazioni sono emerse fin da subito, in quanto, come molti altri beni di interesse collettivo, anche l’acqua viene considerata “bene pubblico”, indisponibile dai privati e quindi, per la stessa natura del bene in questione, la sua distribuzione dovrebbe essere monopolio naturale soggetto al controllo del pubblico potere, cioè dello Stato.


Come si è sempre fatto con molti altri beni e servizi, il decreto Ronchi tendeva invece a privatizzare non tanto l’acqua, che chiaramente rimaneva “astrattamente” indisponibile al privato, bensì il servizio di distribuzione della stessa, cioè i tubi.
Ora, dato che l’acqua come il gas e come l’elettricità ci viene fornita attraverso la rete di tubature o cavi che la portano fin nelle nostre case, la privatizzazione del servizio equivale – visto che non ci sono più i pozzi pubblici nella piazza del paese – alla privatizzazione dell’acqua stessa. E questo non è sfuggito ai più.


Infatti, a differenza del gas o dell’elettricità, beni fondamentale ma non già “necessari” (chiaramente in senso strettissimo), intervenire sull’acqua, per il suo valore simbolico indissolubilmente legato alla vita, è stato interpretato come un vero e proprio “attentato” ai beni fondamentali ed irrinunciabili.
Il bene pubblico, da sempre inteso come tale per via della tutela garantita dalla pubblica autorità, è parso allora minacciato da quella stessa autorità politica che titolata a preservarlo. In questo modo, il concetto è slittato, quasi naturalmente, da quello di “bene pubblico” a quello di “bene comune”.


Sul concetto Lucarelli si è detto convinto, dopo tanto studio e tanto impegno messo nel cercare di dipanare la questione, che non sia possibile definire a priori cosa sia o cosa non sia bene comune: “Il bene comune – dice – emerge spontaneamente solo nella lotta”, cioè nel momento in cui una comunità si stringe istintivamente attorno ad una minaccia percepita (il pensiero va subito alle lotte in Val di Susa).


Il libro di Lucarelli, quindi, va esattamente in questa direzione, partendo dal presupposto che la tutela del bene pubblico da parte del pubblico potere, quand’anche democraticamente eletto, non sia in realtà più sufficiente a tutelarlo. E non già per le degenerazioni patologiche del potere pubblico occupato, più che gestito, dai partiti politici, bensì per l’inadeguatezza, sempre più palese, del potere pubblico nel gestire il bene collettivo in maniera democratica neppure in condizioni “fisiologiche”.
La gestione privata – ne è convinto l’assessore di Napoli – riesce sempre, in qualche modo, ad occupare ciò che le sarebbe solo dato in concessione.


Il risultato è che, per tutelare veramente il bene pubblico non rimane altro modo che occuparsene in prima persona, come “bene comune” appunto.
La proposta di Lucarelli, in definitiva, è dunque quella di una gestione condivisa del bene comune attraverso una serie fitta di proposte che vanno dall’implementazione dei percorsi di democrazia partecipativa, a forme di mandato vincolante per i “rappresentanti del popolo”. Proposte che, a Napoli, si stanno sperimentando concretamente.


(earthcare.it)

26 gennaio 2012
 
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