A Cesena orti comuni per un nuovo modello di business, tornando alla terra

di Stefano Spillare

 Con la Rivoluzione industriale e la recinzione delle terre comuni ebbe inizio quel processo di urbanizzazione delle città e di industrializzazione del lavoro che per secoli hanno segnato insieme lo sviluppo e l’alienazione moderne.
A più di duecento anni di distanza ed un raggiunto benessere diffuso, l’attenzione alla qualità della vita e all’autenticità delle relazioni inizia a farsi strada non solo tra i nostalgici della “comunità”, diventando un’esigenza diffusa e un modo di vita ricercato.


 Diventa normale, quindi, anche una crescente voglia di “ritorno alla terra”, all’attività contadina, quella con cui ci si sporca le mani per cogliere direttamente dal “ventre” della Terra i frutti del nostro lavoro. Coltivando un orto, infatti, si coltiva anche un rapporto sincero con la natura, con la vita e con i suoi tempi, ritrovando, al contempo, il gusto di mangiare i propri prodotti, sicuri e certificati dalla persona di cui più ci fidiamo: noi stessi.


 Con in mente tutto questo, due signori di Cesena, Ezio e Denis Brighi, padre e figlio, hanno deciso di utilizzare in maniera intelligente la terra che Ezio, divenuto anziano, non riesce più a coltivare e che Denis, impegnato in un altro lavoro, non può seguire.


I due, invece di lasciarla incolta o cederla a coltivazioni intensive, hanno deciso, sull’esempio di un signore milanese, di recintare i due ettari di terreno, suddividendoli in diversi appezzamenti affittati per la coltivazione ad orto.


Il progetto si chiama “ortobello” e l’idea è quella di rivolgersi a quanti vogliono ritornare al piacere della terra come hobby, ricavandone gratificazione e prodotti genuini.


Non solo persone anziane, ma anche a quel giovane su quattro tra i 25 e i 34 anni che secondo una ricerca della Coldiretti si dedica alla cura dell’orto.


 Si tratta di una pratica che torna sempre più in auge in tutta Europa e non solo. “Coin de Terre”, ad esempio, è un’organizzazione europea con sede a Lussemburgo che riunisce oltre 3 milioni di famiglie che gestiscono orti urbani o giardini familiari. I principi che orientano questa organizzazione si basano sull’utilità sociale e sul benessere psico-fisico che l’orto può generare.


Gli orti familiari, infatti, hanno un ruolo sociale importante: sono luoghi di incontro e di integrazione intergenerazionale, per i giovani, gli anziani, le famiglie, i lavoratori, i disoccupati, le persone di diversa origine sociale e nazionalità, così che i rapporti personali e la convivialità all’interno del gruppo evitano l’isolamento.


 Insomma, l’attività di cura degli orti familiari costituisce un tentativo di rallentare i ritmi frenetici imposti dalla società moderna, un modo per ritrovare socialità e salubrità, un’opportunità rivolta a tutti, grazie anche alla modica cifra che comporta l’affitto del terreno (250 euro l’anno per un appezzamento di 80 metri quadrati).


Ogni orto è recintato con cancello privato, sistema di irrigazione e un armadio porta attrezzi con lucchetto. Inoltre Denis ed Ezio hanno previsto un impianto fotovoltaico per fornire energia elettrica ed è in fase di approvazione anche un impianto di co-generazione per ottenere energia dagli oli vegetali usati.


 Un bell’esempio di come, pur nel modificarsi delle abitudini e dei lavori, sia possibile recuperare la terra in progetti a sfondo sociale e a basso impatto ambientale, facendo business senza cedere necessariamente la terra alle grandi coltivazioni intensive.


 

07 dicembre 2011
 
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