I ricchi sempre più ricchi e i poveri sempre più poveri

di Stefano Spillare

Il recente rapporto annuale dell'Istat ha disegnato un presente denso di difficoltà per il nostro Paese, soprattutto per i giovani, incastrati tra un'indolenza paralizzante e un mercato del lavoro sempre più deprimente e incapace di proiettare una qualsiasi possibilità di riscatto e realizzazione, prospettando, quindi, un futuro decisamente poco rassicurante.


Non si tratta solo del lavoro che non si trova o che, se si trova, si connota come precarizzazione cronica e subalternità crescente. Si tratta anche, e soprattutto, di un mercato del lavoro incapace di fornire quelle sicurezze materiali necessarie non già per garantire uno status sociale cui i giovani, in particolari coloro che hanno un'alta scolarizzazione, aspirano, bensì si tratta di un mercato del lavoro sempre meno capace di tenere in piedi quell'infrastruttura politica, istituzionale e sociale che poneva proprio il lavoro a fondamento di quella Repubblica italiana che sorgeva dalle macerie del  secondo conflitto mondiale. Se si può, in qualche modo a ragione, sostenere che i mercati, ivi compreso quello del lavoro, vivono di concorrenza e sono ciechi alle aspirazioni personali e ai sentimentalismi, non si può certo sorvolare con facilità sull'erosione del potere d'acquisto, unico argine alla tenuta dei consumi, quindi, dell'intero sistema economico nazionale. Quello che fa specie è, in particolare, la crescente disparità tra i redditi. Il sistema industriale che ha caratterizzato l'Italia, dal dopoguerra in avanti, è stato gestito politicamente in modo da assicurare la creazione di un ampio bacino di consumatori forti, la cosiddetta “classe media”, capace di precipitarsi con fagocitante generosità sul mercato interno. Ora, non solo quello stesso mercato è ampiamente saturo (si pensi solo alla crisi dell'auto), ma è divenuto irraggiungibile da i più, a favore di una sorta di “super class” di vecchi e nuovi ricchi capaci di muoversi sui mercati mondiali, svincolati sempre più, evidentemente, da quello interno. Ricchi sempre più ricchi e poveri sempre più poveri. È questo il destino che ci si prospetta? È questo quello a cui stiamo inesorabilmente andando incontro? Sembrerebbe proprio di sì, almeno stando a  quello che gli esperti ci riportano. Non quelli dell'Istat, che non usano stranamente mai la parola “disuguaglianza” e che – come sottolinea il Prof. Maurizio Franzini, dell'Università La Sapienza di Roma – “ci parla molto dei poveri ma molto poco dei ricchi”. L'occasione che permette al Prof. Franzini di spostare il focus dell'attenzione sulle diseguaglianze crescenti è stata una conferenza tenutasi il 25 maggio presso la Facoltà di Economia dell'Università di Bologna ed organizzata dalla Fondazione Unipolis, proprio sul tema “Più ricchi e più poveri. La crescita delle disuguaglianze in Italia”. In particolare, Franzini, sottolineava come nel nostro Paese l'indice di Gini, usato per misurare la concentrazione del reddito, cioè il differenziale nella sua distribuzione all'interno di una popolazione, fosse cresciuto costantemente negli anni, anche in periodi di crescita non solo in momenti di crisi come l'attuale. Il peggioramento, chiarisce subito il professore, è largamente dovuto a maggiori diseguaglianze di mercato. Il welfare, infatti, pur sostanzialmente resistendo, non ha grandi capacità redistributive. Queste ultime sono legate al mercato, in particolare al mercato del lavoro. Le crescenti diseguaglianze di reddito sono cresciute di pari passo al crescere di una figura sociale nuova: i working-poor, coloro che, pur lavorando, non arrivano alla fine del mese. “Il fenomeno – spiega ancora Franzini - è cresciuto costantemente con diversa distribuzione regionale” e non è imputabile, come invece vorrebbe la razionalità del mercato, a differenziali competitive legate all'istruzione, vista la situazione dei laureati e il fatto che a parità di istruzione persistono imbarazzanti differenze sociali.“Competenze, capitale umano, formazione, ecc. quindi, non migliorano la condizione economica del singolo” prosegue Franzini. “Il problema riguarda, chiaramente, i contratti” dice, oltre al fatto che, in Italia, la trasmissione intergenerazionale del reddito da lavoro è molto alta, ovvero, i figli di chi è ricco probabile saranno ricchi a loro volta, mentre i figli di chi è povero verosimilmente rimarranno tali. Colpa del differenziale educativo e culturale? Anche qui sembrerebbe centrare poco. Potrebbe essere legato a “sof skills”, capacità e competenze informali trasmesse dall'ambiente familiare o ad una questione di consolidate reti di relazioni, spiega il professore, ma la verità è che “gli stessi Paesi che mostrano i più alti valori di diseguaglianza sono gli stessi che mostrano questa forbice intergenerazionale”. Sono correlate le due cose? Il Prof. Franzini ne pare persuaso e azzarda l'ipotesi che la questione passi attraverso il “potere”, cioè attraverso la maggiore facilità dei più ricchi in presenza di forti diseguaglianze, di imporre meccanismi per cui anche i figli saranno ricchi. E quanto ci si lamenta in Italia della mancanza di meritocrazia? Un ultimo punto toccato dal Prof. Franzini riguarda i “super ricchi”. La cosa che qui il professore fa notare primariamente è che il reddito dei super manager o dei professionisti di grande successo non è reddito da investimenti, da capitale, ma da lavoro. Alcuni “lavori” vengono premiati smisuratamente. La questione allora è: che tipo di meccanismi premianti innesca il mercato? Perché questi lavori sono così remunerati? È lecito (etico) che siano così remunerati a scapito di una situazione generale così allarmante?


La questione si pone con crescente insistenza. Sicuramente, ciò che mostrano i dati riguarda un intero sistema economico che va ripensato da cima a fondo o, ad “andare a fondo” sarà l'intero Paese.

03 giugno 2011
 
 
 
  
Mercoledì 16 Aprile

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